"The Uninvited", di Charles e Thomas Guard

Questo ennesimo remake di un film orientale si rivela un ottimo spunto per riflettere sullo stato di salute del cinema horror americano: purtroppo, la voglia di sperimentare, osare e inventare non appartiene più a questo genere, e così The Uninvited sembra solamente quel segno della penna sulla carta carbone che diventa scrittura, un prodotto che si perde all’interno del più completo anonimato.

the uninvited Il cinema horror americano sta nuovamente morendo. Questa affermazione non vuole essere pessimista né catastrofista: semplicemente, crediamo sia la fotografia della realtà attuale. E’ già successo negli anni passati e non c’è nulla di cui stupirsi, ma dopo almeno un lustro di prodotti più che notevoli, dispiace non poco dover sottolineare che bisogna nuovamente ricominciare daccapo; forse ci eravamo abituati troppo bene con il doppio ritorno di uno straordinario Romero, con la scoperta di un Rob Zombie, con la sorpresa Eli Roth, con un numero davvero elevato di registi esordienti in grado di ridare linfa vitale al genere. E se anche un regista notoriamente modesto (per non dire mediocre) come Don Coscarelli era riuscito nell’impresa di regalarci un film straordinariamente bello come Bubba Ho-Tep (per fare solamente un esempio tra i tanti possibili), forse significava davvero che la voglia di horror nell’aria era tanta e genuina. Ma ora non più. Con questa stagione cinematografica ormai agli sgoccioli, non si può far altro che confermare ciò che si temeva da tempo: la voglia di sperimentare, di osare, di inventare, non appartiene più a questo genere. Non negli Stati Uniti, almeno (a differenza di ciò che sta accadendo in Europa, e in Francia soprattutto). Ed ecco quindi che un prodotto come The Uninvited, ennesimo remake di una pellicola orientale (in questo caso, il coreano Two sisters di Kim Jee-woon) arriva a conferire l’ulteriore dimostrazione: diretto dagli esordienti Charles e Thomas Guard, il film è una ghost story che vorrebbe trasformarsi in ritratto adolescenziale che vorrebbe ambire a thriller psicologico, senza però riuscire in nessuno dei suddetti obiettivi. E non ci riesce unicamente perché vive all’interno di un immaginario che è già morto, che è troppo consolidato su basi già gettate da altri e poi ripetute tante, innumerevoli volte. E’ impossibile pretendere che ancora ci si spaventi con i soliti fantasmi accentuati dal montaggio cinetico, oppure pretendere un effetto sorpresa da un plot telefonato sin dai primi minuti, così come è ormai impossibile confondere per stile una messa in scena invece patinata e da primi della classe: non si richiede più l’originalità a tutti i costi, ma quando un prodotto si perde nell’anonimato (tanto stilistico quanto contenutistico) al punto da confondersi nella memoria dello spettatore, confusa in mezzo ai tanti film visti, significa davvero che stiamo assistendo a una serializzazione (o a una catena di montaggio, che dir si voglia) del cinema alla quale non si può e non si deve cedere. The Uninvited è quindi un purissimo esempio di cinema invisibile: è l’essenza dei luoghi comuni che diventa film, è il segno della penna sulla carta carbone che diventa scrittura. Ed è, purtroppo, il risultato più visibile e commercializzato della tendenza produttiva odierna, tendenza della quale oggi denunciamo tutta la mediocrità ma sulla quale, in un futuro speriamo non lontano, vorremmo essere in grado di poter riporre nuovamente la nostra fiducia.
Titolo originale: id.
Regia: Charles e Thomas Guard
Interpreti: Emily Browning, Arielle Kebbel, David Strathairn, Elizabeth Banks, Maya Massar
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 87’
Origine: USA, 2009
 
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