"Martyrs", di Pascal Laugier
Vera e propria riflessione sul valore semiotico dell’orrore, la pellicola di Pascal Laugier mette in scena il concetto di Male inteso come dato di fatto metabolizzato dalla società della comunicazione audiovisiva. Eccessivamente ambizioso e parzialmente irrisolto, ma proprio per questo disperatamente vitale e voglioso di mettersi in gioco: Martyrs è un esempio di cinema coraggioso che non ha paura di gridare l’orrore dilagante che ci circonda
Martyrs, martiri, ovvero testimoni. Coloro che hanno visto e sono sopravvissuti all’orrore. Pare quindi evidente sin da subito come il film di Pascal Laugier sia intrinsecamente legato al concetto di vedere, di rappresentazione filmica, di messa in scena relativa a quell’aspetto della realtà che troviamo davanti agli occhi tutti i giorni senza quasi più accorgercene: l’orrore appunto, la violenza, la morte intesa non solamente come gesto fisico ma anche come stato mentale e filosofico. La trama, brevemente: una ragazzina riesce a fuggire da un capannone abbandonato nel quale era stata sottoposta a tutta una serie di torture e sevizie (non a sfondo sessuale). Quindici anni dopo, la stessa ragazza riconosce in una coppia borghese i suoi aguzzini, entra nella loro abitazione e li uccide senza risparmiare neppure i due figli adolescenti. Tutto questo accade nel primo quarto d’ora di film: dopodichè, Martyrs si trasforma e cambia registro più volte, attraversa “diversi stadi” (come appunto i Martiri, ci spiegherà poi il film) per arrivare in conclusione alla visione ultima e definitiva. Non poco, per solamente un’ora e mezza. Forse troppo, anche per un’opera seconda: dopo un horror citazionista e derivativo come Saint Ange, Laugier comincia a nutrire ambizioni decisamente alte e sceglie di riflettere sull’orrore assoluto e sui massimi sistemi (c’è di mezzo pure la religione e il misticismo) senza forse dimostrarsi compiutamente all’altezza delle proprie aspettative, ma è proprio questo difetto che invece rende davvero grande il suo Martyrs: ci si trova infatti dinanzi a un’opera portentosa in grado di riporre la massima fiducia nel mezzo cinema, capace di rifondare uno sguardo etico e mai autocompiaciuto rispetto alle efferatezze messe in scena. Efferatezze sulle quali detrattori ed estimatori hanno già detto e scritto praticamente tutto, parlando in egual misura di “pornografia immorale” (i primi) o di un film “tra i più sconvolgenti mai realizzati” (i secondi): mettendo da parte i fanatismi di entrambe le parti, quello che è importante sottolineare è innanzitutto il coraggio e l’assenza di compromessi di un modo di pensare il cinema finalizzato a rivitalizzare le coordinate temporali del genere, ponendo il gesto fisico della violenza non più come atto simultaneo o contemporaneo al momento della visione, ma come predisposizione innata e già assunta in quanto tale. Quindi come un atto del passato, del quale già si presuppone la conoscenza: in Martyrs l’orrore vero non è rappresentato dal fatto che il sangue scorra copioso, bensì dall’assuefazione ad esso, dall’indifferenza con il quale l’occhio umano è ormai portato ad accoglierlo. L’aumento esponenziale delle sequenze raccapriccianti man mano che il film prosegue non rappresentano altro che un percorso, forse infernale e insostenibile per alcuni, al termine del quale è lo spettatore in prima persona a trasmutarsi in martire: a Laugier non interessa l’effetto gratuito e fine a sé stesso (si veda a questo proposito l’ultima inquadratura, ricalcata su quella di Nameless senza però il vuoto concettuale di quel Balaguerò), bensì l’aspetto semiotico della violenza, il significato che essa
assume dal momento in cui dilaga liberamente nella società audiovisiva di oggi. Come nel sottovalutato Frontièrs (seppur in maniera diversa), Martyrs guarda all’orrore e lo vuole raccontare con quella consapevolezza acquisita solamente da chi sa bene quanto il Male abbia già vinto la sua partita, senza però subirne passivamente la fascinazione. Ecco perché sarebbe sbagliato parlare di sguardo pornografico o di film immorale: nonostante i difetti, Martyrs è purissimo esempio di un cinema che si mette in gioco in prima persona, che rischia anche a costo di sbagliare e che, soprattutto, tramite l’orrore vuole comunicare allo spettatore un disagio che esiste e che dinanzi al quale non è più possibile far finta di nulla. Di fronte a quella sorta di operazione di “pulizia” troppo spesso effettuata oggigiorno nelle pellicole di genere (e non), Martyrs si erge a esemplare unico e prezioso, tanto imperfetto quanto coraggioso e meritevole di attenzione.
Titolo originale: id.
Regia: Pascal Laugier
Interpreti: Morjana Alaoui. Mylene Jampanoi, Catherine Begin, Robert Toupin, Patricia Tulasne
Distribuzione: Videa CDE
Durata: 97’
Origine: Francia, 2008
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