"Moonacre - I segreti dell'ultima luna", di Gabor Csupo
Una formula magica è pur sempre una formula: quando una sceneggiatura poco riuscita non sa chiarire le leggi che dovrebbero governare un mondo fantastico, la narrazione più che incantare disorienta e delude. E' quanto accade nell'opera seconda del veterano dell'animazione Gabor Csupo.
Siamo in qualche modo tutti debitori alle fiabe, non solo per averci insegnato a sognare nell'infanzia, ma anche per averci insegnato l'arte del racconto. Non è certo un caso che la narratologia nasca con la celebre analisi della struttura della fiaba russa compiuta da Propp: nella favola, nel mito, ci si rivela la dimensione del racconto nella sua forma più pura, allo stesso tempo la più elementare e la più appassionante. E non è un caso neanche che la macchina cinematografica americana, che nella sua ansia di classificazione non è certo inferiore allo studioso russo, si rifaccia al modello fiabesco nella costruzione del racconto, erigendo libri come Il Viaggio dell'Eroe di Vogler a punti di riferimento classici per la stesura di una buona sceneggiatura.
Purtroppo è proprio sul piano del racconto che Moonacre scricchiola e si rivela inefficace: la storia della piccola Maria Merryweather (Dakota Blue Richards, giovanissima protagonista de La bussola d'oro) che, rimasta orfana, va a vivere nella tenuta dello zio e scopre che la sua famiglia è vittima di un antico sortilegio che solo lei può sciogliere, sembra soffrire in primo luogo di una eccessiva compressione narrativa. Probabile che il problema nasca con la difficoltà di adattare il romanzo The Little White Horse, ambientato in una magica Inghilterra vittoriana e considerato un'autentica fonte di ispirazione da J.K. Rowling, autrice di Harry Potter. Fra i peccati originali della sceneggiatura c'è l'assenza di uno dei punti fondamentali indicati dal manuale del buon Vogler, l'accesso al mondo straordinario: in Moonacre non c'è né il binario immaginario di Harry Potter, né l'armadio di Narnia, né il ponte de La città incantata (efficaci simboli della natura iniziatica dell'avventura). E non è ben chiaro cosa sia o meno straordinario agli occhi della protagonista: qui gli agenti del magico (il libro, il soffitto animato di stelle) non sembrano produrre altro che una blanda apprensione, col rischio di minare l'identificazione del pubblico di riferimento, cioè i ragazzini. Un mondo immaginario, per quanto assurdo, ha sempre delle regole, e quando queste non sono ben definite, si perde interesse per il gioco e si creano scene spiazzanti come quella in cui Maria scopre la storia segreta di suo zio semplicemente osservandola dentro uno specchio, presupponiamo magico, che esce fuori da non si sa bene dove.
Questo senso di diffusione e di accettazione del magico potrebbe in realtà giocare a favore del film se vi fosse un apparato visivo in grado di sostenerlo, giocando sull'atmosfera e l'incanto fino a sopire ogni incredulità. Da questo punto di vista si parte bene con l'elegante scena del funerale, giocata su stacchi veloci su immagini cariche di allusioni e mistero. Ma la regia di Gabor Csupo (già autore del fantasy Un ponte per Terabithia) perde rapidamente l'ispirazione e si affida più che altro al profilmico nella creazione dell'universo narrativo. Scenografie e costumi sono infatti riuscitissimi, ma è un po' poco per soddisfare la nostra fame di fantastico.
Regia: Gabor Csupo
Origine: Regno Unito, Ungheria, Francia, 2009
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