"Borderland - Linea di confine", di Zev Berman
Il fascino maggiore di un film tutto sommato innocuo come Borderland non sta tanto nella violenza, già esaustivamente esibita nello scioccante prologo, del torture porn (in questo battuto dal recente Martyrs e, soprattutto, dal capostipite innominato – e forse innominabile – ovvero il Passion gibsoniano), quanto nella mancanza di una vera identità orrorifica ed estetica della pellicola, nella tensione verso la velocità di racconto e l’ibridazione dei generi, dove la macabra vicenda dei protagonisti finisce con lo sposarsi con derive sentimentali all’inizio, poliziesche e perfino action
Prossimi a una carriera universitaria ricca di progetti che i tre giovani protagonisti si accingono ad affrontare, il viaggio di "piacere" in Messico degli americani Ed Phil ed Henry si trasforma ben presto in un cupissimo incubo, traente spunto dalla reale vicenda che verso la fine degli anni ottanta vide coinvolte autorità messicane e vittime innocenti negli efferati omicidi rituali del narcotrafficante Adolfo de Jesus Costanzo. La fonte cronachistica che è alla base del film di Berman in parte riflette le correnti contemporanee, dove di fronte all’impasse estetica e drammaturgica che sta coinvolgendo gran parte delle produzioni horror occidentali – che paiono non riuscire più a trovare le giuste chiavi esoteriche in cui immergere l’immaginario collettivo di personaggi e spettatori – c’è probabilmente la tendenza alla contaminazione tra fiction e realtà (si vedano a tal proposito tutte le mistificazioni sperimentali e certo concettualmente accattivanti di Rec e simili). Il modello rimane ovviamente il capolavoro di Tobe Hooper del 1974, quel Non aprite quella porta che in larga parte, rinunciando del tutto all’elemento soprannaturale e “spacciandosi” per resoconto fedele di un fatto di cronaca, insediava l’orrore nella quotidianità del reale e ripensava il genere come concentrato di pulsioni scopico-documentaristiche di inimmaginabile potenzialità eversiva. Le affinità con il film di Hooper sono peraltro riscontrabili non solo nell’ossessione per il dettaglio e la natura morta, ma anche nella rovente fotografia con cui il regista Zev Berman filma i paesaggi brulli e desolanti del Texas e della frontiera messicana, quest’ultima vista davvero come terra di nessuno, immersa nel caos di superstizioni religiose, satanismo e illegalità con una rappresentazione sempre in bilico tra il delirio sanguigno e il folclore. In realtà il fascino maggiore di un film tutto sommato innocuo come Borderland non sta tanto nella violenza rappresentativa del torture porn (in questo battuto dal recente Martyrs e, soprattutto, dal capostipite innominato – e forse innominabile – ovvero il Passion gibsoniano), violenza peraltro già esaustivamente esibita nello scioccante prologo, quanto nella mancanza di una vera identità orrorifica ed estetica della pellicola, nella tensione verso la velocità di racconto e l’ibridazione dei generi, dove la macabra vicenda dei protagonisti finisce con lo sposarsi con derive sentimentali all’inizio, poliziesche e perfino action.
Titolo originale: Borderland
Regia: Zev Berman
Interpreti: Brian Presley, Jake Muxworthy, Rider Strong, Martha Higareda, Damián Alcázar, Sean Astin, Humberto Busto, Marco Bacuzzi
Distribuzione: Mediafilm
Durata: 105'
Origine: Usa/Messico 2007
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