"Il prossimo tuo", di Anne Riita Ciccone


Appare evidente che il movimento “da – a” e le dinamiche dello spostamento (interiore ed esteriore) dei personaggi divengono il vero centro d’interesse dell’opera della Ciccone, molto più del loro ipotetico punto di arrivo che, se davvero esiste (e meglio sarebbe se non esistesse), assume le forme consolatorie di uno scontato happy-ending

il prossimo tuoSullo sfondo l’attentato di Madrid dell’11 marzo 2004. In primo piano tre realtà distanti tra loro nello spazio, ma collegate dal filo rosso della paura nei confronti dell’altro. Helsinki, Parigi e Roma diventano il teatro (o i teatri, dato che ciascuna storia vive di vita propria ed è, apparentemente, scollegata dalle altre) dove va in scena un dramma incentrato sui rapporti umani: storie nelle quali la pesantezza di un passato traumatico non consente ai protagonisti di vivere appieno un presente nel quale il prossimo, la persona più vicina, è guardata con sospetto e tenuta a distanza di sicurezza.
Difficile stabilire chi possa esser definito “protagonista” in questa opera terza della regista italo-finlandese Anne Riita Ciccone; senza dubbio i perni centrali delle tre storie sono rappresentati dalla hostess Eeva (Laura Malmivaara) per la vicenda finlandese, dal giornalista Jean Paul (Jean-Hugues Anglade) per la vicenda parigina e dalla pittrice Maddalena (Maya Sansa) per quella romana, ma ad un’osservazione più attenta ci si accorge che la presenza e l’importanza di personaggi di contorno quali il professor Usko (Sulevi Peltola), Eléna (Romina Hadzovic), i figli di Jean Paul e la sua ex moglie Sabine (Lena Reichmut) risultano essere affatto secondarie. Tali personaggi dettano i parametri di riferimento per poter comprendere la parabola di isolamento-riconciliazione che caratterizza il percorso dei protagonisti, i quali sembrano muoversi su un doppio asse spazio-temporale, su di un piano che vede intersecare tra loro la memoria, che riporta in vita i drammi del passato, e quello che potremmo definire lo “spazio scenico” del presente nel quale ciascun personaggio si muove ad una certa distanza da (e in relazione a ) “l’altro”.
Il nucleo familiare, con i conflitti interni che lo caratterizzano e, talvolta, con la sua totale disgregazione, è presente in ogni vicenda e fa sentire il proprio peso nella vita dei personaggi: è così per il professor Ukor che non si rassegna alla lontananza della figlia emigrata a New York dalla Finlandia, per Jean Paul, la cui ex moglie gli impedisce di vedere i figli favorendo così il suo precipitare nel baratro delle manie ossessive, o per Elèna, la giovane extracomunitaria che vive a Roma e deve lottare contro i divieti imposti dai genitori (oltre che contro una xenofobia della quale appare imperniato il quartiere in cui vive) per seguire la propria passione e prendere lezioni di pittura da Maddalena. Appare quindi evidente che il movimento “da – a” e le dinamiche dello spostamento (interiore ed esteriore) dei personaggi divengono il vero centro d’interesse dell’opera della Ciccone, molto più del loro ipotetico punto di arrivo che, se davvero esiste (e meglio sarebbe se non esistesse), assume le forme consolatorie di uno scontato happy-ending. La macchina da presa resta ferma in pochissime occasioni e, nella maggior parte dei casi, si muove descrivendo gli ambienti con lente carrellate laterali che assecondano il fluire del tempo e accompagnano con dolcezza il passaggio da una vicenda all’altra che avviene secondo le regole classiche del montaggio alternato. La distanza della macchina da presa dai personaggi non risulta essere mai eccessiva e tuttavia, pur se i piani ravvicinati dominano incontrastati nei confronti dei campi medi e lunghi, si ha spesso la sensazione di non riuscire ad esplorare i personaggi in profondità. Con molta probabilità la pecca del film è rintracciabile proprio in un eccesso di esteriorità che, salvo nel caso della vicenda finlandese nella quale la continua “mise en abyme” del personaggio di Eeva e la ripetitività quasi ossessiva dei suoi gesti, consentono allo spettatore di tastare fino in fondo lo stato di isolamento che la caratterizza, nella storia ambientata a Parigi e, soprattutto, in quella ambientata a Roma la macchina da presa non riesce fino in fondo a raccontare e il più delle volte sembra limitarsi a descrivere.
Non ci si può esimere, in conclusione, dall’apprezzare la decisione di distribuire il film nelle sale italiane rinunciando al doppiaggio e consentendo così allo spettatore di apprezzare il plurilinguismo che caratterizza quest’opera e contribuisce ad accrescere la sua dinamicità.

Regia: Anne Riita Ciccone
Interpreti: Jean-Hugues Anglade, Diane Fleri, Maya Sansa, Laura Malmivaara, Sulevi Peltola, Massimo Poggio,
Distribuzione: Mediaplex
Durata:
124'
Origine: Francia/Italia/Finlandia 2008
 
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