"Coraline e la porta magica", di Henry Selick
Coraline, fatto nascere da “coral”, corallo, il cui significato etimologico secondo alcuni sarebbe quello di “forma umana”. Coraline è viva. Lo è per i nostri occhi. Lo sono le immagini delle cose che il cinema ci restituisce ogni volta, a ogni visione, nel suo infinito bisogno di descrivere ciò che si vede e si sente. Henry Selick e Neil Gaiman sembrano così volerci spingere ad ascoltare il battito oltre il guscio. A vedere l’interiorità delle cose. E Coraline trae dalla propria intimità, dallo scavo del proprio sguardo, il mondo che fa rivivere, come la strega/ragno estrae dal suo ventre i fili con cui tesse la sua opera incantatrice.
“… mentre tu, in questo infero mondo che non potrebbe essere migliore / ti risvegli ogni mattino al valore esatto di ciò che hai fatto e detto, che rimane”, così John Ashbery nella splendida raccolta di versi, edita nel 1970, dal titolo The Double Dream of Spring. E Henry Selick in Coraline e la porta magica – film diretto in stop-motion, sedici anni dopo Nightmare Before Christmas, e tratto dal racconto omonimo di Neil Gaiman – filma più volte il risveglio della sua piccola “Alice”. Il suo passare dal mondo reale, grigio e senza stimoli, a quello multicolore e leggero della fantasia e del desiderio. Due mondi che solo un gatto può attraversare indisturbato; e il pensiero va qui ai gatti di Rivette che con elegante spontaneità si insinuano tra i corpi e i tempi della vita del suo cinema. “Questo è il migliore mondo possibile”, dice a Coraline la sua “seconda”, all’apparenza, amorevole madre, in realtà strega e incantatrice, ragno che tesse la tela nella quale la piccola protagonista rischia di restare affascinata e prigioniera. E il sogno si trasforma in un incubo. L’attraversamento carrolliano dello specchio rivela un antro oscuro, anticamera dell’oblio e della morte. E un senso di inquietudine si stende sulla fiaba. Il mondo torna a capovolgersi, dalla realtà al sogno e dal sogno all’incubo, e le calde campiture cromatiche della fantasia sfumano, non più nel grigio dello scenario iniziale, bensì nel nero di una visione che fa percepire il corpo inanimato come un corpo drammatico, come se fosse un corpo umano, in carne e ossa, quello che abbiamo davanti agli occhi. E allora ci appare tutto fin troppo chiaro, in quella indicazione che ci viene dal nome stesso della giovanissima protagonista: Coraline, fatto nascere da “coral”, corallo, il cui significato etimologico secondo alcuni
sarebbe quello di “forma umana”. Coraline è viva. Lo è per i nostri occhi. Lo sono le immagini delle cose che il cinema ci restituisce ogni volta, a ogni visione, nel suo infinito bisogno di descrivere ciò che si vede e si sente. Di dare loro una forma, non solo e non tanto riconoscibile, ma che ci permetta di viaggiare tra le immagini dell’intimità; come se dovesse aiutarci a riconoscere qualcosa di simile a ciò che il filosofo francese Gaston Bachelard definiva "le rêveries dell’intimità materiale". Esse vivono del mondo che ci circonda e che percepiamo, di quelle esperienze da cui nascono le sensazioni e le emozioni depositate nel fondo della nostra memoria. Henry Selick e Neil Gaiman sembrano così volerci spingere ad ascoltare il battito oltre il guscio. A vedere l’interiorità delle cose. E Coraline trae dalla propria intimità, dallo scavo del proprio sguardo, il mondo che fa rivivere, come la strega/ragno estrae dal suo ventre i fili con cui tesse la sua opera incantatrice. Coraline non rifiuta il mondo in cui vive, vorrebbe solo renderlo migliore, potergli dare un po’ di colore; e il volo della sua fantasia le permette di abitare due mondi. In ciò sembra di poter cogliere l’eco di quel mondo capovolto che già Terry Gilliam aveva donato alla piccola Jodelle Ferland/Jeliza-Rose in Tideland. Ma anche di ritrovare quello stupore di fronte al corpo incarnato, che il cinema sembra voglia filmare (da sempre...), così come l’avevano messo in scena anche Tim Burton e Mike Johnson nel bellissimo La sposa cadavere. Nel percorso malinconico di Emily/Euridice; e in quelle immagini che erano, sono e saranno ancora forme di sogno, fantasmi della fantasia, come nel finale di quel film, quando il corpo della sposa si dissolveva in un volo di farfalle. Emily, sorella minore ma non meno bella di quella Beloved (interpretata da Thandie Newton) dell’omonimo e struggente capolavoro misconosciuto di Jonathan Demme che pure affidava, nella conclusione, “l’incarnato” delle sue immagini a una incantevole danza di falene crepuscolari. Il cinema (ora, già, sempre...) per cadere “a piombo nel cuore delle cose” e condividerne la fragilità.
Titolo originale: Coraline
Regia: Henry Selick
Interpreti: Dakota Fanning, Teri Hatcher, Ian Mc Shane, Keith David, Jennifer Saunders
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 100'
Origine: USA, 2008
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