"Outlander - L'ultimo vichingo", di Howard McCain
La gestazione molto lunga ha fatto smarrire al film le atmosfere del modello originale confessato dal regista, vale a dire il poema inglese Beowulf, e lo ha fatto venire a contatto con le esperienze filmiche più disparate costringendolo a raccogliere i momenti più significativi dai modelli di riferimento, finendo però per privarlo di una propria identità
Oggi Hollywood vive in un limbo, sospesa tra il futuro e il passato, tra l’impegno tutto proteso alla speranza dell’era obamiana (il ritorno del Black Cinema, dall’Invictus di Clint Eastwood al progetto di Steven Spielberg su Marthin Luther King) e gli incubi dell’era Bush. Incubi che al cinema hanno trovato o stanno trovando trasposizione in storie di catastrofi naturali (L’alba del giorno dopo, 2012), storie apocalittiche (i paesaggi disastrati di Terminator Salvation, The book of Eli o The Road) e in storie di passati remoti dominati dalla violenza e dal sangue (Pathfinder – La leggenda del guerriero vichingo, 10.000 A.C.). La Hollywood di oggi, inoltre, ha pochi soldi e poche idee e da qualche tempo a questa parte ha scelto di promuovere la contaminazione dei generi, come se offrire due o più generi al posto di uno invogliasse lo spettatore a pagare il biglietto. Un esempio può essere più che sufficiente: Doomsday di Neil Marshall univa metodicamente zombi, film medievale, Mad Max, Carpenter e chi più ne ha più ne metta.
Passati remoti (il tempo dei Vichinghi) e contaminazione (gli antichi guerrieri e gli alieni, il film storico e la fantascienza). Non sorprende quindi che il regista Howard McCain sia riuscito solo ora, dopo oltre quindici anni di lavoro, a realizzare Outlander – L’ultimo vichingo: nel 709 d.C., mentre impazzano le guerre tra i Vichinghi, un’astronave va a schiantarsi in un fiordo norvegese. Dall’astronave se ne escono fuori Kainan, un guerriero umanoide proveniente da un altro mondo, e il Moorwen, una creatura aliena mostruosa. La gestazione molto lunga ha fatto smarrire al film le atmosfere del modello originale confessato dal regista, vale a dire il poema inglese Beowulf, lo ha fatto venire a contatto con le esperienze filmiche più disparate costringendolo a raccogliere i momenti più significativi dai modelli di riferimento più o meno alti, finendo però per privarlo di una propria identità: per quanto riguarda l’ambientazione storica e la resa estetica Outlander è un po’ Highlander – L’ultimo immortale (richiamato fin dal titolo), un po’ Il Signore degli anelli (com’è ben evidenziato sulla locandina, Barrie Osbourne è stato il produttore del Ritorno del Re), King Arthur (la cerimonia funebre e l’incoronazione del nuovo re), naturalmente le epopee mascoline di John Milius (la materialità dei corpi grondanti sangue e incastonati nella fotografia “focolare”), per la rivelazione della creatura è un po’ la saga di Alien, Predator, La cosa. A proposito del Moorwen vale la pena annotare quello che è per noi l’unico aspetto davvero originale del film: mostrato fino ad allora come essere mostruoso, nel momento in cui Kainan racconta le sue origini, il Moorwen diviene agli occhi dello spettatore essere per cui provare pietà, vittima della crudeltà e della sete di conquista dell’uomo.
Titolo originale: Outlander
Regia: Howard McCain
Interpreti: Jim Caviezel, Sophia Myles, Jack Huston, John Hurt, Ron Perlman
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 115'
Origine: USA, 2008
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