"Adventureland", di Greg Mottola
Il futuro di James Brennan è appeso ad un filo: si è diplomato, ha un posto pronto alla Columbia di New York, ma finisce a lavorare nello scalcinato luna park del posto in cui è nato. Con Adventureland, Greg Mottola si smarca da Judd Apatow e si mette anima e corpo nel suo protagonista. Passa in rassegna i luoghi comuni del romanzo di formazione, ma resta malinconico e sognante come una canzone dei Velvet Underground.
Sometimes I feel so happy, sometimes I feel so sadSometimes I feel so happy
But mostly you just make me mad
Baby, you just make me mad.
(Velvet Underground – Pale Blue Eyes)
Ci sono baci normali, e baci che non si dimenticano, scambiati sulle note della musica dei pomeriggi tristi.
Restano anche sotto la pioggia di una sera a New York, intatti come la prima volta, sotto un ponte di Pittsburgh. Come se una disillusa ragazza dagli occhi azzurri, alla fine, fosse l'unica cosa a contare davvero. Una verità che Greg Mottola dimostra di conoscere bene, visto che sceglie proprio la canzone dei Velvet Underground come leit-motiv di quella che deve essere la peggiore estate di James Brennan, giovane della Pennsylvania che si è appena diplomato e non ha uno straccio di idea sul suo futuro. Mentre il revival del sogno americano resta imprigionato nel televisore che trasmette un discorso di Ronald Reagan, che ne fu il principale ideologo (siamo nel 1987), il ragazzo si trova costretto a scambiare il suo progettato viaggio in Europa con un infimo impiego nel parco giochi locale. Pure accettato alla Columbia University, non è sicuro di avere abbastanza soldi per poter vivere a New York, la donna lo ha appena mollato e tutto il mondo sa che è ancora vergine. Dopo SuXbad, anche Greg Mottola si è messo in proprio, come è capitato a tanti altri figliocci di Judd Apatow. In Adventureland, l’apologia del geek si libera della comicità sboccata e irriverente che animava i dialoghi di Jonah Hill e Michael Cera, e resta pressoché nuda, vestita solo dell’anima di un autobiografismo – pur sempre presente come punto di forza della nuova commedia americana – che qui diventa qui il fulcro, a volte malinconico, a volte doloroso, a volte semplicemente sognante, del passaggio verso l’età adulta, incarnato dalla magica atmosfera di un luna park scalcinato. Perché Mottola sembra incarnarsi anima e corpo (lui che ha lavorato nel glorioso e cinematografico Adventureland di Coney Island) nel suo protagonista, e allo stesso tempo riesce a saldarlo ai luoghi comuni del romanzo di formazione: l’educazione sentimentale e sessuale, il viaggio
dalla provincia alla città, il rapporto conflittuale con la famiglia, la ricerca di santi in cui riconoscersi (il falso idolo incarnato dal tuttofare del parco, la musica di Lou Reed) nella strada per l’affermazione. In questo film squisito, che parla degli anni ottanta allo stesso modo minimalista con cui li rappresentava John Hughes, ma in modo più innocente – e non è un caso che altri film tipicamente hughesiani come Nick & Norah e Una notte con Beth Cooper abbiano visto la luce in questa stagione – e viscerale, non tutti riescono a coronare i propri sogni. Ci sono nerd che riescono a vincere la propria battaglia con l’incomprensione, e altri che resteranno a marcire nel giardinetto sul retro, a fumare la pipa e ad essere derisi dai propri coetanei. E su quell’estate resta un’ombra di rimpianto, come quella che da sempre avvolge la visione di un altro decennio, quello degli anni cinquanta, altra epoca mitizzata, sospesa tra il tormento e l’innocenza.
Restano anche sotto la pioggia di una sera a New York, intatti come la prima volta, sotto un ponte di Pittsburgh. Come se una disillusa ragazza dagli occhi azzurri, alla fine, fosse l'unica cosa a contare davvero. Una verità che Greg Mottola dimostra di conoscere bene, visto che sceglie proprio la canzone dei Velvet Underground come leit-motiv di quella che deve essere la peggiore estate di James Brennan, giovane della Pennsylvania che si è appena diplomato e non ha uno straccio di idea sul suo futuro. Mentre il revival del sogno americano resta imprigionato nel televisore che trasmette un discorso di Ronald Reagan, che ne fu il principale ideologo (siamo nel 1987), il ragazzo si trova costretto a scambiare il suo progettato viaggio in Europa con un infimo impiego nel parco giochi locale. Pure accettato alla Columbia University, non è sicuro di avere abbastanza soldi per poter vivere a New York, la donna lo ha appena mollato e tutto il mondo sa che è ancora vergine. Dopo SuXbad, anche Greg Mottola si è messo in proprio, come è capitato a tanti altri figliocci di Judd Apatow. In Adventureland, l’apologia del geek si libera della comicità sboccata e irriverente che animava i dialoghi di Jonah Hill e Michael Cera, e resta pressoché nuda, vestita solo dell’anima di un autobiografismo – pur sempre presente come punto di forza della nuova commedia americana – che qui diventa qui il fulcro, a volte malinconico, a volte doloroso, a volte semplicemente sognante, del passaggio verso l’età adulta, incarnato dalla magica atmosfera di un luna park scalcinato. Perché Mottola sembra incarnarsi anima e corpo (lui che ha lavorato nel glorioso e cinematografico Adventureland di Coney Island) nel suo protagonista, e allo stesso tempo riesce a saldarlo ai luoghi comuni del romanzo di formazione: l’educazione sentimentale e sessuale, il viaggio
dalla provincia alla città, il rapporto conflittuale con la famiglia, la ricerca di santi in cui riconoscersi (il falso idolo incarnato dal tuttofare del parco, la musica di Lou Reed) nella strada per l’affermazione. In questo film squisito, che parla degli anni ottanta allo stesso modo minimalista con cui li rappresentava John Hughes, ma in modo più innocente – e non è un caso che altri film tipicamente hughesiani come Nick & Norah e Una notte con Beth Cooper abbiano visto la luce in questa stagione – e viscerale, non tutti riescono a coronare i propri sogni. Ci sono nerd che riescono a vincere la propria battaglia con l’incomprensione, e altri che resteranno a marcire nel giardinetto sul retro, a fumare la pipa e ad essere derisi dai propri coetanei. E su quell’estate resta un’ombra di rimpianto, come quella che da sempre avvolge la visione di un altro decennio, quello degli anni cinquanta, altra epoca mitizzata, sospesa tra il tormento e l’innocenza.Titolo originale: id.
Regia: Greg Mottola
Interpreti: Jesse Eisenberg, Kirsten Stewart, Martin Starr, Ryan Reynolds, Bill Hader
Distribuzione: Walt Disney
Durata: 107’
Interpreti: Jesse Eisenberg, Kirsten Stewart, Martin Starr, Ryan Reynolds, Bill Hader
Distribuzione: Walt Disney
Durata: 107’
Origine: USA, 2009
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