Pearl Harbor, ovvero il trionfo del cinema neoclassico
C’è una sorta di curioso ritorno al cinema epico, alle grandi narrazioni che raccontano le gesta degli eroi, al gusto per il kolossal riproposto secondo le coordinate della tragedia e del mélo.
C’è una sorta di curioso ritorno al cinema epico, alle grandi narrazioni che raccontano le gesta degli eroi, al gusto per il kolossal riproposto secondo le coordinate della tragedia e del mélo. Tutto questo sta avvenendo da qualche anno, nel miglior cinema americano, e sta ridisegnando letteralmente le forme del gusto dello spettacolo moderno, il piacere della visione legato a una spettacolarità estrema, ricca, big-budget, miscelato con una reverenza per le grandi opere classiche (ma spostando i riferimenti via via sempre più al cinema spielberghiano/lucasiano degli anni settanta/ottanta: è quello oggi il cinema classico) e una volontà piuttosto esplicita di riformulare le “coordinate etiche” odierne.
Quattro grandi film, degli ultimi anni, si sono posti con estrema chiarezza d’intenti su questo nuovo piano “morale/cinematografico”: Braveheart, Titanic, Armageddon e, oggi, Pearl Harbor. Sono tutti film di grandissimi budget, di risultati al box office, appunto, “spielberghiani”, e capaci di produrre un fortissimo impatto sull’immaginario collettivo. Ma al di là della “potenza “produttiva, della ricchezza di mezzi e di effetti speciali, c’è come una sorta di grandezza “narrativa” che li contraddistingue, caratterizzandoli come le nuove forme di una rinata classicità. Mentre gran parte del cinema odierno punta sulla desacralizzazione dell’eroe, dove viene mal interpretato il tentativo spielberghiano d’epoca Star Wars/Indiana Jones di segnare nuove “vulnerabilità” dell’eroe ma anche di un’autoironia necessaria, basti pensare a film come La mummia (dove gli eroi sono delle macchiette, senza fascino, dei vincenti formali perdenti sotto il profilo dell’immaginario), questo cinema “neoclassico” appare piuttosto consapevole della lezione del cinema fantastico e spettacolare degli anni ottanta, della miscela operata sui/trai generi, sull’ironia post punk (o post ‘77), sui corpi come elementi centrali della narrazione e, soprattutto, sulla “necessità” di una nuova mitologia, proprio dopo tanti anni di assoluta e indispensabile “demistificazione” dell’eroe classico.
Ecco allora che i nuovi eroi sono, paradossalmente, degli sconfitti ma lo sono tutti in maniera clamorosamente “cristologica”. Il William Wallace di Braveheart muore davanti alla folla spezzato da un’infernale macchina di tortura, ma la sua Scozia presto sarà vittoriosa e indipendente; il proletario Jack morirà nella tragedia del Titanic, ma la “sua” donna Rose, e il suo sentimento rimarranno per sempre, conservati dalla memoria (del cinema?) e dal relitto in fondo all’Oceano; Stamper/Bruce Willis di Armageddon addirittura si immola personalmente, lasciandosi uccidere insieme all’atomica che distruggerà l’asteroide che minaccia la terra, ma con questo gesto salverà il mondo e il suo futuro, visto con gli occhi della figlia e del suo allievo Ben Affleck; e infine Danny Walker /Josh Hartnett che muore sotto il fuoco dei giapponesi tra le braccia del suo migliore amico, non prima di aver sferrato un attacco suicida del tutto simbolico, non vincente ma capace di rinforzare il morale di un’America colpita e frastornata dalla sconfitta di Pearl Harbor.
Siamo di fronte a una vera e propria “etica della sconfitta” come nuova forza propulsiva alla vittoria. Cinema cristologico perché l’eroe deve morire e risorgere in continuazione, addirittura in Pearl Harbor Ben Affleck “risorge“ sul serio, tornando vivo dopo essere stato dato per morto in battaglia e aver quindi favorito la love story tra il suo amico Danny e Evelyn.
Cinema semplice, apparentemente, quello di Pearl Harbor, ma evidentemente molto più complesso di quello che ci appare. Cinema che mette assieme le “grandi storie d’amore” (il triangolo essenziale Rafe/Evelyn/Danny, che mette in gioco il “privato” in un contesto storico, umanizzandone l’impatto emotivo sullo spettatore), con le tragedie della Storia (la catastrofe dell’attacco, con la morte che arriva dal cielo, dall’acqua e, ovviamente, dal fuoco), e con la necessità di un eroismo non fanatico, seppure così retorico e orgoglioso come solo il cinema americano sa essere. Ma è un cinema consapevole di far parte di un più complesso giocattolo narrativo, e che perciò esplicitamente lancia dei link ai film, appunto “neoclassici”, che fanno parte di questo ambizioso e incompreso progetto narrativo. Si può negare l’omaggio che Michael Bay rende al Titanic di James Cameron? La cosa più sorprendente del lungo e straordinario attacco giapponese alla base di Pearl Harbor non sta proprio in quelle navi che affondano, in quei corpi che disperatamente cercano di aggrapparsi a qualcosa, di riemergere dalle acque, in quelle braccia che escono dalla grata mentre i nostri eroi non riescono ad aprirle e si ritrovano con le mani dei loro commilitoni morti strette alle loro? E non è fin troppo esplicito l’auto omaggio ad Armageddon in quell’uscita dei piloti pronti alla missione suicida che è rappresentata iconograficamente con lo stesso “quadro” (con il gruppo a forma piramidale) degli astronauti pronti ad aggredire l’asteroide nell’altra missione impossibile? Se poi scopriamo che lo sceneggiatore di Pearl Harbor, Randal Wallace, è lo stesso che ha scritto Braveheart, ecco che il giochino dei riferimenti “cinefili” è presto chiuso.
E’ un cinema profondamente “maschile”, quello di Michael Bay (assai più di quello del suo socio Jerry Bruckheimer, che ha prodotto anche Flashdance e Le ragazze del Coyote Ugly, che però forse a pensarci bene non sono proprio film “al femminile”...) che sin dagli esordi non fa che ripetere le gesta di coppie di uomini (diversi) in azione: Martin Lawrence e Will Smith in Bad Boys, Sean Connery e Nichola Cage in The Rock, Bruce Willis e Ben Affleck in Armageddon, lo stesso Affleck e Josh Hartnett in Pearl Harbor. Il tentativo, oltre alla rinascita “mitologica”, è quella di restituire all’immaginario collettivo delle figure di uomini “nuovi”, forti, coraggiosi, pronti a tutto ma al contempo sensibili e capaci di piangere e provare forti emozioni, paure, sentimenti. Ed è curioso proprio che questa complessità dell’uomo nuovo del cinema neoclassico appaia ai più all’interno di una storia apparentemente semplificata, ma questo è il leitmotiv propria delle grandi narrazioni...persino L’Iliade era un magnifico film di Amore e Guerra.
Insomma il cinema epico è tornato, forse è il caso di cominciare a rifletterci un po’ su.
Titolo originale: Pearl Harbor
Regia: Michael Bay
Sceneggiatura: Randall Wallace
Fotografia: John Schwatzman
Montaggio: Chris Lebenzon, Steven Rosenblum, Mark Goldblatt
Musica: Hans Zimmer
Scenografia: Nigel Phelps
Costumi: Michael Kaplan
Interpreti: Ben Affleck (Rafe McCawley), Josh Hartnett (Danny Walker), Kate Beckinsale (Evelyn Johnson), Alec Baldwin (colonnello Doolittle), Jon Voight (Presidente Roosevelt), Cuba Gooding jr. (Doris “Dorie” Miller), Dan Aykroyd (Capitano Thurman), Tom Sizemore (Earl), Ewen Bremner (Red), Katherine Kellner (Barbara), Mako (Ammiraglio Yamamoto), Scott Wilson (Generale Marshall), Colm Feore (Ammiraglio Kimmel)
Produzione: Touchstone Pictures e Jerry Bruckheimer Films
Distribuzione: Buena Vista International
Durata: 160’
Origine: USA, 2000
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