“Il patto dei lupi” di Christophe Gans

Film atipico per il cinema europeo, “Il patto dei lupi” si configura come una cometa all’interno del rigido panorama continentale, suggerendo ai più il nome di Christophe Gans come nuova e interessantissima realtà internazionale

Tra il 1765 e il 1768, la bestia di Gévaudan trasformò una regione scarsamente popolata della Francia meridionale nel regno del terrore. Scomparvero oltre cento persone, in gran parte donne e bambini, che vennero ritrovate con i terribili segni dell’attacco di un animale selvaggio. La vicenda è stata tramandata nei secoli, arricchendosi con il trascorrere del tempo di elementi nuovi, spesso oscillanti tra storia e folklore. Cristophe Gans con “Il patto dei lupi” ha deciso di fornire la sua personale interpretazione degli eventi, rileggendoli in chiave spettacolare, e lavorando abilmente sul sottile confine che separa la realtà dalla finzione. Raccontata in prima persona dal vecchio marchese d’Apcher, in procinto di essere giustiziato dai rivoluzionari, la storia assume sin dall’inizio l’aspetto di una metafora sull’aristocrazia francese del tempo, inadeguata a cogliere la portata rivoluzionaria dell’età dei Lumi, condannandosi perciò ad un’inesorabile declino. Questo pericolo imminente viene costantemente segnalato da Gans attraverso l’occhio della camera che, mescolandosi con quello della Bestia, segue i protagonisti della vicenda in ogni momento, celandosi di volta in volta, dietro una sedia, dietro una roccia o dietro un ramo di un albero. La corporeità della minaccia si pone con evidenza al cospetto dello spettatore, sottolineata dal sonoro che conferisce una consistenza materica agli elementi (acqua, terra, fuoco, aria), evocando l’imminenza dell’attacco. A questo punto Gans si serve di tutto il suo bagaglio di cinefilo ma allo stesso tempo di cultore di manga e videogames per elevare il film ad un livello sempre più spettacolare. La passione di Gans per il cinema di John Woo e Tsui Hark esplode nei combattimenti vertiginosi in cui si staglia imperiosa la figura di Mani, l’eroe silenzioso del racconto. Personaggio delineato con cura da Gans sulla falsariga del precedente “Crying Freeman”, Mani rappresenta l’alter-ego del regista, instillando nello spettatore l’idea che ci si trovi davanti ad una riproposizione in chiave europea dell’accoppiata Chow-Yun fat/John Woo. Lo stretto legame con il cinema d’elezione di Gans è inoltre testimoniata dalla presenza del montatore (David Wu) e del coreografo (Philip Kwok) di John Woo e del collaboratore di Sam Peckinpah, William Gereghty, come regista della seconda unità. Film atipico per il cinema europeo, “Il patto dei lupi” si configura pertanto come una cometa all’interno del rigido panorama continentale, suggerendo ai più il nome di Christophe Gans come nuova e interessantissima realtà internazionale del cinema di genere. Titolo originale: Le pacte des loups
Regia: Cristophe Gans
Sceneggiatura: Stéphane Cabel, Cristophe Gans
Fotografia: Dan Laustsen
Montaggio: David Wu
Musica: Joseph LoDuca
Scenografia: Guy Claude Francois
Costumi: Dominique Borg
Coreografie: Philip Kwok
Effetti speciali: Jim Henson’s creature shop
Interpreti: Samuel Le Bihan (Grégoire de Fronsac), Vincent Cassel (Jean François de Morangias), Mark Dacascos (Mani), Monica Bellucci (Sylvia), Emilie Dequenne (Marianne de Morangias), Jeremie Renier (Thomas d’Apcher), Jean Yanne (Il conte di Morangias), Jean-François Stévenin (Henri Sardis), Jacques Perrin (Thomas d’Apcher vecchio), Johan Leysen (Beauterne)
Produzione: Richard Grandpierre, Samuel Hadida
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 142’
Origine: Francia, 2001

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