OSCAR 2012 - La Restaurazione ai tempi del Muto
Le nomination dell'Academy vedono Hollywood autocelebrarsi, giocare in difesa, riflettere sul suo passato per esorcizzare un presente che forse preferisce non raccontare
A un primo sguardo sulla cinquina dei migliori registi selezionata quest'anno dai membri dell'Academy Awards sembrerebbe di essere piombati nel pieno degli anni Settanta con i "vecchietti" Allen, Scorsese e Malick a contendere la statuetta ai più "giovani" Hazanavicius (44 anni) e Alexander Payne (51), per quella che è forse la categoria con la media anagrafica più alta degli ultimi anni (senza dimenticare War Horse di Spielberg candidato come miglior film). Un dato rilevante che se da una parte indica la longevità creativa degli autori in questione (in attesa di vedere il film di scorsese ci siamo già espressi su Malick e Allen), dall'altro denuncia una palese difficoltà - almeno in questa edizione - a indicare nuove strade non tanto in ambito formale quanto tematico e "ideologico". Già un chiaro segnale parve essere il trionfo del polveroso Il discorso del re ai danni di The Social Network lo scorso anno, in una fascinazione verso il passato e l'accademismo che a tutti gli effetti si contrappose alle inclinazioni contemporanee del film di Fincher. Ecco che la tendenza innescata dai quattro Oscar a Il discorso del re trova il suo punto di approdo nelle nomination diramate quest'oggi, che vedono Hollywood autocelebrarsi, giocare in difesa, riflettere sul suo passato per esorcizzare un presente che forse preferisce non raccontare o riconoscere come tale. E' difficilmente contestabile che The Artist - il film che con dieci candidature e già alcuni importanti riconoscimenti nel cassetto, si preannuncia come il favorito della serata del 26 febbraio - sia un opera che fa del recupero nostalgico e filologico del cinema delle origini il suo elemento innocuo, per costruire un'impalcatura in larga misura suggestiva e autoreferenziale, ma allo stesso tempo - ed è forse qui l'elemento più antipatico dell'operazione - non sufficientemente teorica e autoriale per assurgere ad autentica riflessione sul cinema e sulle sue modalità percettive . Un'opera a metà strada tra pubblico e critica, perfetta per fare incetta di premi e sufficientemente stravagante per essere riciclata come operazione sperimentale. Quasi lo stesso discorso potrebbe esser fatto per il primo film in 3D di Martin Scorsese, Hugo Cabret (11 nominations) che nel riadattare cinematograficamente il romanzo di Brian Selznick (discendente lontano del leggendario produttore David di Via col vento!) attinge agli inventori del cinema muto Lumiere e Mélies, in quello che potrebbe essere nel bene e nel male la summa dell'ultimo, discutibile, decennio scorsesiano.
Su questa stessa lunghezza d'onda non può sorprenderci il recupero compiuto dall'Academy dell'ultimo Woody Allen (Film, Regia, Sceneggiatura), il cui Midnight in Paris è dichiarata celebrazione nostalgica dell'arte passata e filtrata dentro un mondo che al tempo presente preferisce le atmosfere oniriche
del primo novecento parigino. Per non parlare di quel melodramma di provincia al femminile di Tate Taylor che è The Help, rivisitazione storica dell'America degli anni sessanta quasi sussurrata, anch'essa a suo modo chiusa in un microcosmo di scrittura e in una semplicità demodé che lo qualifica come oggetto neutro e quasi completamente estraneo alle modalità rappresentative dell'oggi.
Non è un caso allora che a farne le spese in questa edizione siano state le opere più attuali e cupe: dal remake fincheriano di Millennium - comunque candidato a 5 premi, tra cui l'inaspettata nomination all'attrice protagonista Rooney Mara - ai due grandi sconfitti dell'edizione, ovvero il solido George Clooney de Le idi di marzo (una sola nomination alla sceneggiatura) e il magnifico J. Edgar di Clint Eastwood (scandalosamente dimenticato in tutte le categorie). Due film apertamente politici che raccontano l'America di ieri e di oggi e che, soprattutto nel caso di Eastwood, pagano il dazio della complessità e della stratificazione al cospetto di quella che, a prescindere da chi verrà incoronato, si presenta come una delle edizioni meno memorabili degli ultimi anni. Non resta che consolarci allora con quelle perle che ogni tanto emergono nella calma piatta di previsioni troppo frequentemente confermate. Pensiamo al giusto riconoscimento a Moneyball di Benneth Miller (Film, Attore, Attore non protagonista, Sceneggiatura, Montaggio, Suono) e alla candidatura tra i non protagonisti di uno degli attori viventi più assoluti: Nick Nolte. Un grande.
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"poi dite di non aver visto il film di scorsese ma già lo ritenete discutibile... almeno siate coerenti con voi stessi".... mi permetto di intervenire solo per sottolineare ad Anonimo che nell'articolo a esser definito discutibile è il decennio scorsesiano, non l'ultimo film (che infatti ancora non abbiamo visto)
Inviato da carlo v. il 26/01/2012 -
"non sufficientemente teorica e autoriale"
Per fortuna! Ancora con le opere teoriche su cinema!? The artist è un gran bel film proprio per essere un 'semplice' film popolare...benché girato in muto e bianco e nero.
La vera assenza scandalosa è Drive, miglior film americano dell'anno, e quello si radicalmente innovativo...peccato che voi non lo abbiate assolutamente capito.
E cmq né J. Edgar né il film di Clooney sono quella novità che auspicate nell'articolo, poi dite di non aver visto il film di scorsese ma già lo ritenete discutibile... almeno siate coerenti con voi stessi.
Inviato da Anonimo il 26/01/2012 -
Caro Valeri questie candidature puzzano di muffa! Altro che restaurazione!
Inviato da nucky il 24/01/2012
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