VENEZIA 63 - "Dong" (Oriente), di Jia Zhangke" (Orizzonti)

Il cinema è un fiume che bagna gli occhi, in un continuo fluire, senza ritorno. Sembra di restare fermi ma in realtà si è sempre in bilico, vibrando tra l'astratto e il materico, viaggiando tra i terminali del visionario quotidiano e dell'ordinario onirico. È il cinema a sognarci, l'anima è visibile. Sublime Zhangke...

È sicuramente uno degli esponenti più importanti del cinema indipendente cinese e quest'anno è presente al festival con un documentario stupefacente di struttura apparentemente descrittiva, ma capace di deragliamenti e sconvolgimenti narrativi e visivi che lasciano senza respiro. Jia Zhangke ritorna per la terza volta a Venezia dopo i bellissimi Platform e soprattutto The World. Il regista apre con una panoramica sulle Tre Gole in Cina. Segue il pittore Liu Xiaodong che si trova nella suggestiva vallata per realizzare la serie di pitture ad olio che lavorano allo smantellamento del posto e che gli faranno da modelli per gli schizzi dal vivo. Fengjie, con i suoi duemila anni di storia, sparirà molto presto. Il progetto per le Tre Gole prevede, infatti, che l'intera città venga sommersa dall'acqua per poter costruire una mastodontica diga. Durante la sua permanenza tra gli operai, il pittore viene a poco a poco conquistato da questa realtà, anche perché è testimone di un gravissimo incidente dove perda la vita uno dei lavoratori stessi. Dopo aver visitato la famiglia dell'operaio morto, il pittore si trasferisce a Bangkok, Thailandia. Liu Xiaodong invita dodici donne dei Tropici a posare per il suo prossimo quadro. Il caldo della città rende insofferenti le donne: solo la frutta sul pavimento si mantiene fresca. Attraverso i due gruppi, maschile e femminile, il regista trapassa l'anima di un continente. Due realtà apparentemente diverse e lontane, ma sorprendentemente simili e, quasi senza volerlo, come solo quando è il cinema a sognare la realtà, l'anima si fa visibile. Il giovane regista cinese lavora sui microcosmi, sugli spazi stretti, desolanti e scomodi e i sui corpi che sono sempre in tensione: il suo spazio è fatto di intercapedini che si aprono alla precarietà dello sguardo nel cinema, il suo tempo è in un altro tempo, lotta per fermarsi ma è stravolto dalla natura, dall'uomo. Il cinema è un fiume che attraversa gli occhi, in un continuo fluire, senza ritorno. Ancora una volta, sembra di restare fermi ma in realtà si è sempre in bilico, vibrando tra l'astratto e il materico, nel parco d'attrazione digitale che abissa il moderno e annichilisce il reale. Zhamgke, come pochi, è figlio legittimo della globalizzazione del cinema, viaggiando tra i terminali del visionario quotidiano e dell'ordinario onirico. I rumori della metropoli ipertrofica si perdono nel silenzio di paesaggi non virtuali come in The World, "terre" in miniatura dove si rischia di diventare fantasmi a forza di starci tutto il giorno.

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