VENEZIA 64 - Useless, di Jia Zhangke (Orizzonti)

Useless nasce dal desiderio di raccontare l’unico, l’irripetibile gesto creativo di una stilista cinese che ha deciso di sfidare le regole del mercato della moda, questo “falso” documentario che si immerge negli anfratti esistenziali e visivi di fabbriche ed industrie tessili, per riemergere fra i chiaroscuri di un teatro parigino o nel “controcampo” di capanne e paesaggi rurali. Estetica-etica-politica: è questo l’iter tracciato dalla macchina da presa di Zhangke che, al calore incandescente della materia rappresentata, oppone il rigore delle sue forme creando un film strano e straniante, un’opera attraversata da molti stili unificati dalla potenza di un unico sguardo. Visione necessaria della Cina in metamorfosi di questi ultimi anni.

“Inutile”, Useless: forse non c’era titolo migliore per tradurre in parole la forza delle immagini dell’ultima opera di Jia Zhangke, Leone d’Oro qui alla Mostra del Cinema di Venezia l’anno scorso con Still Life. Ancora: ciò che non può essere utilizzato, serializzato, normalizzato, ciò che si muove oltre la linea di confine di una Cina industrializzata correndo via verso una pesante omologazione capitalistica e culturale. Così, nasce dal desiderio di raccontare l’unico, l’irripetibile gesto creativo di una stilista cinese che ha deciso di sfidare le regole del mercato della moda, questo “falso” documentario che si immerge negli anfratti esistenziali e visivi di fabbriche ed industrie tessili, per riemergere fra i chiaroscuri di un teatro parigino o nel “controcampo” di capanne e paesaggi rurali. In una straordinaria battaglia fra desiderio di raccontare la realtà della Cina di questi anni e necessità di afferrare l’individualità di ogni singolo corpo, quella singolarità che riflette sulla sua pelle i segni del progresso e della modernizzazione. 
Fin qui l’esile trama che riannoda le sequenze dei “sopralluoghi” in Cina di Zhangke. Poi i corpi e la luce, le carrellate che sembrano accarezzare i luoghi, avvicinare l’intimità di vite precarie senza mai penetrarle, lasciando lo sguardo libero di vagare fra le mille traiettorie di ogni inquadratura. Crepa padrone, tutto va bene: come fossimo nell’incipit del film di Godard – con altre lunghe carrellate su spazi, tempi e corpi del lavoro messe in scena dal regista francese – Zhangke si muove su direzioni orizzontali, si mantiene sempre alla giusta distanza dalla materialità del racconto, permettendo agli occhi dello spettatore di scorrere lungo queste scene di vita come se osservassero un acquario brulicante di pulsioni, passioni e scarti esistenziali. Estetica dell’acquario che si traduce in etica dello sguardo.
Un’etica che dalle trasparenze vitree di carrellate e piani sequenza “taglia” e stilizza i valori dei corpi e della loro giusta posizione (rappresentazione?) sulla superficie dello schermo: come nella meravigliosa sequenza di attori ed abiti “ordinati” nella spazio visivo del teatro parigino in magico e provocante contrappunto all’ordine normativo degli oggetti, degli utensili e delle persone nelle carrellate di fabbriche ed industrie. Ordine etico, ordine della natura e dell’essenza versus ordine del Potere e del comando di ciò che deve essere utile: è grande l’intuizione visiva di Zhangke, l’idea che la “lotta di classe” godardiana sia scontro fra la necessaria verticalità di un corpo e l’arbitraria orizzontalità di una rappresentazione di dominio, controllo e produttività. L’etica dello sguardo diviene, lentamente ma inesorabilmente, politica dello sguardo.
Estetica-etica-politica: è questo l’iter tracciato dalla macchina da presa di Zhangke che, al calore incandescente della materia rappresentata, oppone il rigore delle sue forme creando un film strano e straniante, un’opera attraversata da molti stili unificati dalla potenza di un unico sguardo. Visione necessaria della Cina in metamorfosi di questi ultimi anni.
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