VENEZIA 64 - "Ho sempre cercato il rigore nel mio lavoro di cineasta." - Incontro con Vincenzo Marra

Vincenzo Marra con L’ora di punta approda al Concorso alla Mostra di Venezia. L’incontro con il regista, che si è detto molto contento della selezione del suo film, è servito a parlare di questo film, ma più in generale del modo in cui affronta il lavoro per la realizzazione di un film.

L’ora di punta è il nuovo lavoro di Vincenzo Marra, già presente nel recente passato a Venezia, con il suo primo lungometraggio Tornando a casa si aggiudicò il premio della Settimana della Critica. Con questo nuovo film, prodotto da RaiCinema che già da questo fine settimana sarà nelle sale, fa il suo esordio nella sezione principale della Mostra.

In questo suo nuovo lavoro lei lavora molto con le ellissi, non crede che talvolta si creino degli effetti poco verosimili?
Credo che a volte diventi necessario lavorare a mezzo delle ellissi perché ciò permette di non mangiare tempo al film, quel tempo andrà, invece, dedicato, alle scene cruciali per lo sviluppo della storia. Per esempio nella sequenza in cui i due protagonisti si conoscono e alla quale segue quella di loro due a letto credo che già nella sequenza precedente, durante la quale c’era stato tra loro un incrociarsi di sguardi che faceva capire che tra loro era nato qualcosa, fosse più che sufficiente a fare comprendere la situzione, andare oltre sarebbe stato inutile.

Non crede che molte cose sono lasciate nell’ombra e altre trascurate. La guardia di Finanza non si sa bene cosa faccia, il personaggio della madre è abbandonato…
Il film nasce come una struttura chiusa e non tutto deve essere svelato subito. Quando faccio vedere la Guardia di Finanza che fa le sue indagini, anche qui credo che sia sufficiente. Rivendico comunque la possibilità di fare cinema su una storia inventata. Credo che in questo senso ci sia molta chiarezza e questo anche grazie agli attori dei quali sono contento e sono contento dei risultati finali del loro lavoro. Non mi sono mai piaciuti i film troppo verbosi. Ho sempre tentato di lavorare per sottrazione e anche in questo film ho seguito questo procedimento. Questo modo di affrontare la realizzazione del film consente allo spettatore di avere delle pause di riflessione su ciò che accade sullo schermo.

Non si può non dire che a volte il pubblico abbia accolto alcune battute dei personaggi con atteggiamento diverso da quelle che forse erano le sue intenzioni, si tratta secondo lei di una cattiva interpretazione del pubblico?
Di certo non posso stare nella testa delle persone, rispetto il pubblico altrimenti non farei questo mestiere.

Secondo lei questo film come sarà accolto dalla Guardia di Finanza?
Credo che il Corpo della Guardia di Finanza sia fatto da persone intelligenti e che questo è solo un film che descrive una situazione che capita in tutti gli ambienti perché dovunque ci sono le mele marce e non si deve assolutamente generalizzare ed io, in particolare, non credo di avere fatto un discorso generalizzato, ho raccontato la storia di una di queste mele marce. So bene che ci sono persone che dedicano la propria vita al lavoro, ma ogni cineasta deve avere la libertà di raccontare e di scegliere il proprio punto di vista. In ogni caso non vedo perché se questo tipo di storie le raccontano gli americani tutto va bene e i problemi nascono solo se le raccontiamo noi italiani.

Questo è un film che si pone nel solco di quelle opere di impegno sociale, secondo lei quanto è importante averlo presentato qui a Venezia che è un luogo dove, srtoricamente, vi è sempre stato un dibattito ampio su questo tipo di film?
Innanzitutto devo dire che sono molto contento e orgoglioso di avere realizzato questo film. Mi è capitato di leggere qualche critica al cinema italiano perché non è calato dentro la realtà di oggi, con questo film ho cercato di fare proprio questo. Quanto alla Mostra del Cinema, che ringrazio per avermi ospitato, credo che debba continuare a fare vedere questo tipo di cinema che riguarda la vita quotidiana. Credo, quindi, che sia importante anche continuare a raccontare storie di persone che fanno scelte senza scrupoli e per bramosia ossessiva dell’ambizione e che il Festival di Venezia debba continuare a dare spazio a questi film più “difficili”.

Ci è sembrato che il suo film stia in un luogo sospeso tra il film intimista e di denuncia, non crede che questo lo renderà poco accattivante?
Il mio mestiere è fare film che mi nascono dall’urgenza che ho di raccontare una storia e ho sempre seguito, durante la realizzazione del mio cinema, una mia linea personale. Non voglio fare film a tesi proprio perché ho rispetto per lo spettatore e credo che il film a tesi non consenta una riflessione successiva. Il mio film, infatti, è realizzato con un finale aperto dove c’è piuttosto un punto di domanda che una risposta. Credo che ognuno abbia diritto  cambiare opinione dopo la riflessione e che sia necessario ripensare sulle cose.

L’anno scorso il suo film qui a Venezia (L’udienza è aperta) era una docu-fiction, quest’anno si ha l’impressione di essere davanti ad un prodotto televisivo con dialoghi semplici, tutto ciò appartiene ad una sua scelta precisa?
Non condivido affatto questo tipo di opinioni. Ripeto che ho sempre tenuto una mia linea rigorosa nella realizzazione delle opere che ho girato finora. La mia vita, durante la realizzazione di un film è strettamente connessa a quell’opera. Poi gli esiti dipendono dalla sensibilità delle persone, per cui ripeto di non essere d’accordo con chi pensa che L’ora di punta sia un prodotto televisivo.

Ma secondo lei qual è la differenza stilistica tra cinema e fiction tv?
Non condivido, ripeto, questa impostazione, non condivido il senso della domanda e quindi non rispondo. Dico solo che c’è chi dice che questo non è un film per ragazzi e poi che è una fiction. Ho sempre lavorato con la passione per il cinema e quindi ho sempre lavorato, e anche in questo film, come si lavora per il cinema.

Tra le polemiche che ci sono sul cinema italiano lei sente la responsabilità di essere un autore italiano che viene visto in tutto il mondo?
Ritengo di avere fatto solo un film. È vero che i miei film precedenti sono stati visti e anche apprezzati all’estero, ma anche quest’ultimo, voglio infatti dire cge già a qualche ora dalla proiezione è stato invitato al festival di Toronto che non è proprio l’ultimo dei festival al mondo. Per cui non so che dire sulla questione della responsabilità. Ho fatto un film e di quello mi prendo la responsabilità. Bisogna, per il resto, attendere i giudizi che verranno in futuro su questo film.

 

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