"L'ora di punta", di Vincenzo Marra
Ci vorrebbe un corsivo fulminante, che mandasse gambe all'aria moralismi e cliché. Allora viene da scrivere solo che il cinema dell'incolpevole Marra è lo specchio del nostro Paese: spesso avaro ma nello stesso tempo indulgente, che non da il dovuto ma si lascia insolentire. Restiamo mestamente, ancora una volta, osservatori innocui e placabili e magari di legno come il personaggio del film, orgoglio nazionale. In concorso al 64° Festival di Venezia
Ci vorrebbe un corsivo fulminante, che mandasse gambe all'aria moralismi e cliché. Gli stessi moralismi per cui il cinema italiano viene accusato, ma da cui gli stessi accusatori non si salvano. Per ridere potremmo inventarci: caduta massi, quelli pesanti italiani che si atteggiano a fare gli autori di cinema, o salto nel vuoto, quello che gli stessi massi pesanti italiani provano a compiere quando hanno appena il sentore di aver beccato gli "indirizzi" e "numeri" giusti. Ci vorrebbero corsivi sbiechi e solitari dai quali emerga l'Italia del cinema dei cosiddetti autori, che lascia sbigottiti e mortificati. Proprio nel periodo dei grandi festival nazionali (splendide le ultime tre edizioni di Venezia e come sempre ammirevole Torino, almeno con Turigliatto), mancano i film. Quando si ha il pane, non ci sono i denti, o la candela in mano ai ciechi, o la carta di musica in mano ai soliti ciechi. Ci vorrebbe qualcuno capace di demolire i sacri valori italici al cinema, almeno: la famiglia, anzitutto, produttrice indefessa di psicopatologie varie (vedi Nessuna qualità agli eroi di Paolo Franchi), anche criminali; e la Patria, che in effetti è arduo amare in toto, incluse "la periferia mafiosa, le latrine di tutti indistintamente, i ristoranti e le tavole calde delle autostrade, Il dolce e l'amaro di Andrea Porporati, le città caotiche e L'ora di punta (di Vincenzo Marra). Il regista partenopeo, promessa simile a quei fenomeni della pelota del napoletano, bruciati troppo presto e senza pietà, vuole fare il salto di qualità come il suo personaggio, che da agente della Guardia di Finanza diventa un colosso dell'edilizia nazionale, grazie a mazzette, omicidi commissionati, appalti truccati. Il cinema di Marra è lo specchio del nostro Paese: spesso avaro ma nello stesso tempo indulgente, che non da il dovuto ma si lascia insolentire. Si scopre che almeno quattro film importanti italiani (perchè in fondo ci sono, basta ammetterlo) avrebbero potuto e dovuto partecipare al concorso di questa edizione, ma le scelte sono state "forzate", a quanto pare, soltanto perchè nessuno dei film annunciati erano pronti all'uscita. Attenzione accusare questo cinema italiano come più affine alla televisione, il punto è forse un altro: potrebbe essere nata, qui da noi, una terza tipologia filmica, quella del "cine(ma)tv". "Ma" sta per tormento interminabile. Non è reato la raccomandazione, probabilmente anche al cinema, ed è come evadere le tasse: semplicemente sono peccati che il mediocre italiano afflitto da un'endemica cattiva coscienza, è pronto a compiere perchè popolo temibilmente emancipato e progressista. Avremmo dovuto trovare una reazione fulminante, ma restiamo mestamente, ancora una volta, osservatori innocui e placabili, magari di legno come il finanziere di Marra, orgoglio nazionale.
Regia: Vincenzo Marra
Interpreti: Fanny Ardant, Michele Lastella, Giulia Bevilacqua, Augusto Zucchi, Antonio Gerardi
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 90’
Origine: Italia, 2007
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