TORINO 25 - "Antesala", di Pedro Freire (La Zona) e "Autohystoria", di Raya Martin (La Zona)
Il “miracolo della vita” (e quello della morte) in alcuni luoghi del caos, Cuba e Filippine, una nascita che introduce un'esecuzione mortale, un’attesa e uno stordimento estenuante come un sogno difficile da sopportare senza soffrire ancora molte ore dopo il risveglio.
Antesala, di Pedro Freire
Un cortometraggio che nasceva, nelle dichiarazioni del regista, brasiliano, come un “video poetico sulla nascita”, tutto luce soffusa, e preferisce invece (per fortuna) piombare in un ospedale cubano e raccontare il cosiddetto “miracolo della vita” come qualcosa che non deve necessariamente avvenire in un momento di trascendenza estatica, ma che più spesso “accade” in un luogo che assomiglia a una grande stazione affollata, o ad una grande sala di azioni in Borsa, però immersa in una confusione generale e sporca di grosse macchie di sangue e liquidi, tra medici e infermiere molto diversi da ciò che siamo abituati a immaginare – sono costantemente alla ricerca di guanti perduti e tentano di superare la carenza di personale gridando richiami da una corsia all’altra, con le partorienti che vagano spettinate e perlopiù ignorate tra i letti di ferro e la mdp che le segue molto da vicino - ma che, in qualche modo, magicamente riesce a non essere irrispettosa e avida quanto possono essere alcuni servizi di varietà pomeridiana nella televisione italiana, e il risultato è che si tratta di uno sguardo quasi casuale, come se fosse quello di uno sconosciuto che si trova in una sala d’attesa per altre ragioni, con l’aiuto di Laura Guzmàn, a sua volta regista e documentarista e in questo caso alla fotografia; non manca però di fermarsi sul sorriso di una delle donne finalmente al traguardo, un sorriso in cui sollievo e dolore fisico, gioia completa, ma anche una sorta di orrore esausto, svuotato, sono così perfettamente fusi e realistici da smascherare in pochi minuti molta retorica cinematografica sul momento della nascita (“spinga! spinga!”) per restituire a questo momento la sua dimensione di accadimento, di accidentalità. Perfino di fortuna.
Trailer Antesala
Autohystoria, di Raya Martin
“Tutta la storia è una masturbazione. La questione è solo su chi sta fantasticando”.
Il calvario di due fratelli filippini, di allora, di oggi: la versione personale, l’automatismo psichico di Raya Martin, autobiografia (del proprio paese insanguinato), incubo che funziona secondo le strategie dell’incubo, di cui ricordiamo e percepiamo solo alcuni particolari. Durante il lunghissimo piano sequenza che osserva dal bordo di una grande strada trafficata la camminata del fratello Minore, la distanza dalla scena, i suoni che fuoriescono dai locali, il passaggio delle macchine e dei camion che lo sottraggono completamente al nostro sguardo per poi ritrovarlo, grazie alla maglietta bianca, come bandiera per riconoscerlo nel buio e nel bianco e nero sgranato della betacam, catturano integralmente tutti i sensi a disposizione di chi osserva, tutti chiamati a vivere un’esperienza cinematografica in cui sono i rumori a decidere quando imporsi, gli oggetti che coprono il corpo su cui siamo concentrati a sovrapporsi a loro piacimento, senza che possiamo decidere troppo facilmente di “vedere “ ogni dettaglio. Il punto di vista che muta a seconda degli ostacoli e di una fantasticheria folle e disperante che si interroga come in sogno, senza poter governare la sostanza di ciò a cui si assiste. Questo procedimento fa pensare per esempio alle foto del giapponese Izima Kaoru, che realizza sequenze con immagini separate e progressive, in cui fotografa un soggetto, generalmente un corpo abbandonato, un cadavere, partendo da una grande scena di paesaggio in cui il corpo è solo un puntino riconoscibile a fatica e via via avvicinandosi impercettibilmente. Ma questo esperimento di Raya Martin non vuole neppure seguire una struttura graduale, per avanzamenti, e procede invece per campionamenti, come in un inseguimento di cui possiamo ricordare alcuni passi, alcuni vicoli, e soltanto delle schegge. Improvvisamente la scena viene invasa da colori saturi, la curva di una piazza notturna, illuminata, in cui il rumore delle sirene della polizia è tanto costante che dopo un po’ ci si chiede se si sta guardando la stessa scena ripetuta oppure, come in una di quelle webcam piazzate accanto ai luoghi turistici delle grandi metropoli, lo scorrimento ordinario della vita - finchè una sequenza di magnifica tensione e di angoscia quasi insostenibile, che si trasmette dal suono ossessivo della sirena mescolato a una musica pop che viene dalla radio, grottesca perché vivace, dalla ripetizione dei cartelloni pubblicitari e dallo spostamento dell’automobile che continua a muoversi circolarmente, svela che il primo fratello e il secondo sono prigionieri di una macchina che continua a percorrere in tondo la piazza, in una tortura estenuante che è già condanna a morte. La notte viene osservata come da un individuo piazzato su una barella, che guarda cime degli alberi e la luna perché è disteso; ma si tratta di un altro feroce inseguimento sulle schiene dei due fratelli legati insieme per un polso, che sembrano dorsi di animali per il modo febbrile in cui una torcia si avvicina a illuminarli e incalzarli, e “ci sparerai?” è una domanda rivolta ad un carnefice che è vicinissimo ai nostri occhi, in un frastuono assordante in cui si colgono field recordings di cascate, gemiti umani, in una interminabile e spaventosa offesa che si chiude con un cielo irreale e vuoto. Il silenzio cade su una verità impossibile da definire.
Trailer Autohystoria:
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