TORINO FILM FESTIVAL 26 - "Tony Manero", di Pablo Larraín (Concorso)

Quello del film di Larraín è un bello squarcio sul passato del Cile. Sulla sua Storia ma soprattutto sul suo protagonista che vive al di fuori del proprio tempo. Ci sono le tracce quindi di un’alienazione, di una perdita d’identità, che sono contemporaneamente i suoi e quelli del proprio paese. Tracce che non vengono mai esibite. E questo rafforza l’equilibrio ma anche l’adesione sincera alla storia che il regista porta sullo schermo

C’è il sogno e il degrado dentro Tony Manero del cileno Pablo Larraín. Convivono insieme, mescolati, senza differenzazione. Forse già in questa mancata separazione c’è la seduzione del film. Da una parte c’è la rappresentazione realistica: l’immagine di Santiago del Cile del 1979, la dittatura di Pinochet, la sessualità malata di una famiglia che richiama quel disfacimento decadente di frammenti dell’opera di Arturo Ripstein. Dall’altra invece c’è l’illusione, quella di Raúl Peralta ossessionato dalla figura di Tony Manero. Cerca quasi di essere la sua immagine speculare. Va al cinema a vedere La febbre del sabato sera cercando di imitare tutti i suoi movimenti. Inoltre vuole mettere su uno spettacolo in un night-club di periferia cercando di creare uno spazio simile alla discoteca del film di Badham, con il pavimento col vetro spesso e la costruzione manuale di un oggetto con un pallone da calcio e i vetri di uno specchio rotto.

Il desiderio nel film di Larraín porta il protagonista a compiere ogni tipo di crimine e di azione. Non si ferma davanti a niente e a nessuno. Il regista cileno, che aveva già diretto Fuga nel 2006, rappresenta la violenza in maniera brutale ed efficace, materializzando le pulsioni improvvise di Raúl. C’è un momento in cui colpisce in testa una donna anziana che aveva soccorso subito dopo uno scippo. Oppure aggredisce il proiezionista e la proprietaria del cinema svaligiando i pochi soldi in cassa. In quel luogo però non proiettano più La febbre del sabato sera ma Grease e questo è già il segno iniziale della dissoluzione del proprio sogno privato. Larraín mette in scena i residui di un mondo che è lì per crollare. I suoi compagni di ballo, la donna con cui ha una relazione, la figlia e il ragazzo attivista politico, sono già nel mirino degli uomini di Pinochet. Lui vive in fuga continua. È come se si vuole identificare totalmente nel personaggio di John Travolta per sfuggire prima di tutto dalla sua realtà. Quindi da se stesso. Quando il presentatore televisivo gli chiede che lavoro fa nella vita, lui risponde: “Questo”. Raúl è così nel suo personaggio che nee ha assunto nella sua testa l’identità. E appena la compagna gli dice che Tony Manero resterà sempre così mentre lui invecchia, il protagonista ha un gesto di rifiuto.

Quella di Tony Manero è un bello squarcio sul passato del Cile. Sulla sua Storia ma soprattutto sul suo protagonista che vive al di fuori del proprio tempo. Ci sono le tracce quindi di un’alienazione, di una perdita d’identità, che sono contemporaneamente i suoi e quelli del proprio paese. Tracce che non vengono mai esibite. E questo rafforza l’equilibrio ma anche l’adesione sincera alla storia che il regista porta sullo schermo.

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