TORINO FILM FESTIVAL 26 - "W.", di Oliver Stone
La biografia del 43esimo Presidente degli Stati Uniti rivela una volta di più l’empasse dell’ultimo Oliver Stone, incapace di elaborare criticamente e visivamente una materia che già in origine è ritenuta incandescente e che per questo dà invece forma a un film potenzialmente esplosivo, ma materialmente inerte
E’ lo spessore epico a mancare all’ultimo Oliver Stone, quella capacità innata di elevare a livello universale anche i personaggi di cui pure non sono mai celate le debolezze e la mediocrità, quella che li priva di un posto nella Storia di cui pure sono fra i principali artefici.
Accade proprio questo con il George W. Bush cui dà volto e corpo Josh Brolin, in una di quelle performance mimetiche che tanto piacciono agli Academy Awards e che peraltro è solo una delle tante in un film di corpi/sosia dall’effetto tanto perfetto quanto stucchevole. Figlio di una stirpe di petrolieri, George è un personaggio combattuto da feroce rivalità con un padre che vede in lui unicamente il fautore di continui fallimenti e che perciò da un lato lo spinge ad atteggiamenti aggressivi ed autodistruttivi (primo fra tutti l’alcolismo) e dall’altro a una sfrenata competizione che lo porterà a vincere da solo la campagna elettorale per il posto di governatore del Texas (laddove il più capace fratello Jeb si vede sfuggire la poltrona omologa in Florida) e poi anche a conquistare la poltrona di primo cittadino d’America con l’ingresso alla Casa Bianca. Il film inizia alcuni anni dopo, alla vigilia della guerra con l’Iraq fortemente voluta dai “falchi” dell’amministrazione, come Dick Cheney (un ottimo Richard Dreyfuss) e contrastata dal solo Colin Powell (Jeffrey Wright). Il resto è raccontato attraverso un incastro di flashback che peraltro Stone governa con minore foga del solito, attraverso un lavoro di montaggio “morbido” e in grado di servire la storia, che dunque scorre senza particolari scossoni.
Siamo oltre la retorica tipica del cinema di questo controverso cineasta americano, ormai adagiato su uno svogliato mestiere che fa del dramma esistenziale del personaggio un inutile orpello nei cui confronti lo spettatore prova un mero disinteresse, sbilanciato com’è l’ago della bilancia rispetto all’idiozia dell’uomo, che non riesce per questo a suscitare empatia.
Il sospetto è che Stone ritenga l’argomento in sé talmente esplosivo (viste anche le indagini accurate che si sono dovute svolgere per rivelare il passato del Presidente, sul quale pare esista una coltre di segreto) da non avvertire il bisogno di una elaborazione critica e visiva del materiale: in questo senso è davvero paradigmatico che l’unica sequenza in grado di procurare un brivido sia quella che vede Bush spiegare al Congresso il suo piano di guerra ed essere applaudito dai (veri) democratici come John Kerry, Hillary Clinton, Ted Kennedy: la realtà paradossalmente è molto più significativa della sua rappresentazione.
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