TORINO FILM FESTIVAL 26 - "Kurus", di Woo Ming Jin (Fuori Concorso)
A Torino dopo aver vinto il Gran Premio della Giuria nella scorsa edizione con il bel The Elephant and the Sea, il trentenne autore malese porta la storia di gioie e spasimi e amicizie e amori di due compagni di classe adolescenti. Senza cattiveria neppure per i personaggi negativi, con la stessa prospettiva di felicità di cui ci si illude da ragazzi, emozioni e sensazioni sospese sino allo splendido finale, una leggerezza letteraria e scarna, cinema pulviscolare che però s’imprime invece di svanire alla luce del sole.
A Torino dopo aver vinto il Gran Premio della Giuria nella scorsa edizione con il bel The Elephant and the Sea, il trentenne malese Woo Ming Jin cerca un’ape che lo possa pungere sulla testa e far così magicamente dimagrire – ancora – il suo cinema (magro è la traduzione della parola del titolo), stando alla credenza di una grassa ragazza nel film che spera di perdere peso proprio attraverso la puntura dell’insetto sulla nuca (racconta che le sia successo una notte, ma il giorno dopo aveva purtroppo riassunto le sue pesanti fattezze). E così: 76 minuti, in uno spartanissimo digitale, movimenti di macchina parecchio rari (ma quando utilizzati, di brevissima ma suadente poesia, come la camera car ad anticipare le passeggiate in bicicletta dei protagonisti), colonna sonora minimale per pianoforte – che anch’essa si gonfia solo per la sequenza, stupenda, del sorriso dell’amata maestra Carol che ha perso i documenti nel lago, quando il protagonista Alì (aspirante boxeur..vola come una farfalla, punge come un ape, dice la sua t-shirt) si tuffa in acqua a raccoglierli. Alì è magro per forza di cose, vivendo insieme al padre, un perdigiorno squattrinato che spreca i soldi dei prestiti nelle scommesse invece di usarli per pagare i pesanti debiti che lo affliggono (insieme ai creditori che spesse volte lo aspettano fuori casa per riscuotere con ogni mezzo). Per fortuna che a lui ci pensa la vicina di casa, zia Leana, che gli porta da mangiare, si prende cura del padre disastrato fino a costringerlo a sposarla, e – ex-campionessa di pugilato – si offre addirittura per dare lezioni di boxe ad Alì, vessato dalle prepotenze di un compagno di classe borghese e vigliacco (l’amico della grassa dell’ape di cui sopra). Woo Ming Jin sembra incapace di provare odio anche per questi suoi antipatici personaggi ‘antagonisti’, e così illumina di una dolentissima umanità anche il fidanzato imbroglione di Carol, la maestra d’inglese di cui s’è invaghito Alì, che pulisce gli stagni ma finge rubando puntualmente le chiavi della macchina del suo padrone di essere un rampante yuppie danaroso. Pare esserci – quantomeno nelle illusioni dei tempi dell’adolescenza di cui il film vuole restituire un malinconico e caloroso ritratto per immagini – una possibilità se non di riscatto, almeno di spicciola e quotidiana felicità per tutti – di sogni che si avverano: l’unico amico di Alì, Hassan, riuscirà a conquistare la nuova compagna di classe che parla solo inglese e mangia spaghetti italiani, portandola a pescare con lui e Alì attraverso le fallimentari ‘bombe’ che Hassan stesso assembla per pescare di frodo ma che puntualmente fanno cilecca; e Alì, dopo aver fatto breccia nel cuore di Miss Carol riuscendo a provare gli stessi brividi sotto la pelle che lei gli aveva descritto nella lettura del Piccolo Principe, vedrà materializzarsi la sua fantastica vittoria di accompagnare a casa sulla sua bicicletta proprio la solare maestra. Emozioni e sensazioni sospese sino allo splendido finale, una leggerezza letteraria e scarna, cinema pulviscolare che però s’imprime invece di svanire alla luce del sole.
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