TORINO FILM FESTIVAL 26 - "Giornaliero di città e passanti", di Mauro Santini (Italiana doc)

L’occhio clandestino di Mauro Santini cattura un possibile cinema del nulla o del reale in Giornaliero di città e passanti, un cinema di confine che confligge con ogni ipotesi narrativa, un limite anche all’occhio dello spettatore che nulla può vedere oltre quelle immagini.

Mauro Santini è un estremista della visione. Frequenta i territori marginali di un cinema primitivo, che rivendica come struttura/non struttura di una possibile visione archetipica. Non paiono esistere mediazioni nella sua estrema idea di cinema “catturato” che, attraverso una costante osservazione del reale, è alla ricerca di una possibile verità.

Per Giornaliero di città e passanti, nella sezione Italiana doc ci sono tre città: Marsiglia, Lisbona e Madrid, tre (im)possibili attraversamenti del loro reale, tre microcosmi, all’interno del microcosmo cittadino. Angoli di strada, ombre e luci che tagliano l’inquadratura che, a sua volta racconta, il tempo e il suo divenire, il reale o il nulla che si svolge sotto lo sguardo della macchina da presa. Ma si tratta di un occhio clandestino, fugace che pare rubare la vita o, in qualche modo rubarla anche dove non pare essercene. Ne nasce un cinema anche autocelebrativo, un’immagine che non ha altri referenti se non se stessa, che pone una sorte di limite allo sguardo dello spettatore che null’altro può vedere e guardare al di là di quell’estremo lembo dell’immagine medesima. Non è la prima volta che Santini racconta a questo modo il suo mondo. Qui l’occhio della videocamera è rivolto all’esterno, nel passato lo aveva rivolto verso se stesso, per raccontare la propria memoria personale. Certo un cinema di limite di confine che confligge con ogni ipotesi narrativa che non sia l’immanente verità che accade, uno sguardo voyeuristico che misura il tempo dell’attesa: del tutto o del nulla e che quindi, necessariamente, si fa racconto, anche vuoto, del reale. L’occhio di Santini emerge, nella sua occasionalità, da dietro gli scuri delle finestre, da dietro le tende che sembrano fare da sipario al palcoscenico del mondo.

Questo cinema così ostico e distante, a volte anche autocompiaciuto, rivela l’attualità della teoria di André Bazin: L’immagine conta prima di tutto non per ciò che essa aggiunge alla realtà ma per ciò che ne rivela.

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