TORINO FILM FESTIVAL 26 - "Gigantic" di Matt Aselton (Fuori concorso)
E’ come se il regista, nel filmare, si mantenesse sempre fuori, sottotono, evitando di mostrarsi, esporsi, mettersi in gioco. E non si tratta della pretesa di uno sguardo obiettivo, distaccato (come se si potesse) sul racconto, ma di una vera e propria distanza emotiva dallo stesso film, che assomiglia quasi a un timore e un’insicurezza di fondo. Alla fine si ha la sensazione che ai sorrisi soddisfatti del pubblico manchi qualcosa. L’amore probabilmente…
C’è una scena che forse può raccontar meglio di ogni altra cosa Gigantic, film d’esordio dello “spot maker” Matt Aselton. Lui e lei in una splendida piscina deserta, di notte. Lui propone di fare il bagno nudi, lei sulle prime e titubante. Lui si spoglia fuoricampo e si lancia dal trampolino: la macchina da presa coglie solo parte di un movimento fugace. Lei si spoglia e sale sul trampolino: lo sguardo del regista indugia sui piedi e lascia fuori il resto. Si lancia e solo per un attimo velocissimo le intravediamo i seni. Tutto questo non per parlare di voyeurismo, piacere dello sguardo, lavoro sul non visto. Nulla di ciò. Questa scena è esemplare di un atteggiamento, che alla fine sembra il limite principale del film. E’ come se Aselton, nel filmare, si mantenesse sempre fuori, sottotono, evitando di mostrarsi, esporsi, mettersi in gioco. E non si tratta della pretesa di uno sguardo obiettivo, distaccato (come se si potesse) sul racconto, ma di una vera e propria distanza emotiva dallo stesso film, che assomiglia quasi a un timore e un’insicurezza di fondo. Protagonista della storia è Brian Weathersby (un Paul Dano, che sembra ancora imprigionato nei panni del predicatore Eli), single ventottenne impiegato in un negozio di materassi. Il suo sogno più grande è adottare una bambina cinese, ma le difficoltà burocratiche sembrano insormontabili. Un giorno, si presenta in negozio un miliardario (John Goodman, che dire) un po’ stravagante e dai modi spicci. Sceglie il miglior materasso svedese e incarica dell’affare la figlia ancor più stravagante (Zooey Deschanel, magnifica). Inevitabilmente, qualcosa scatta tra i due ragazzi, ma occorrerà affrontare ansie e paure. Il cuore del film è tutto in questa malinconia nostalgia per la famiglia, per una normalità, che non è mai l’inizio, il punto d’avvio, ma semmai è il traguardo, una conquista che richiede rischio e fatica. Aselton prova a costruire un mondo personale, abitato da strani personaggi, tutti con le loro piccole manie e ossessioni, con il loro modo garbato di essere comici, teneri, ridicoli, tristi. Un mondo che sembra appartenere quasi alla stessa galassia di Wes Anderson. E in cui i grandi “vecchi” John Goodman ed Ed Asner sono le schegge impazzite, i portatori sani di follia. Ma, a parte loro, tutto funziona nel mondo di Aselton. Forse troppo, al punto da accentuare il sottinteso meccanico del termine. Alla fine si ha la sensazione che ai sorrisi soddisfatti del pubblico manchi qualcosa. L’amore probabilmente…che si affaccia solo per alcuni istanti a raccontarci quel che poteva essere…
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