TORINO FILM FESTIVAL 26 - "Prince of Broadway", di Sean Baker (Concorso)
Sean Baker, regista statunitense in concorso nella rassegna torinese con Prince of Broadway, è innamorato del neorealismo italiano e costruisce un film immediato in cui la scoperta della paternità costituisce il fulcro di un film che riesce anche a raccontare, con felice ispirazione, il rumore della città e un panorama di sentimenti.
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Il trentasettenne Sean Baker, qui alla sua seconda prova davanti ad un lungometraggio, lo dichiara fin da subito: sono affascinato dal neorealismo italiano. Su queste premesse si può affermare che la sua sia un’operazione riuscita.
Baker coglie un angolo di Manhattan, uno di quelli che sono rimasti ancora intatti almeno dagli anni settanta in poi. Il Fashion Disctrict è una strada dove si vende ogni tipo di mercanzia, dove si arrangiano Lucky e il suo amico libanese Levon. Lucky invita i passanti a comprare la merce di Levon, si tratta ovviamente di merce contraffatta, ma gli affari vanno bene. Anche la sua storia d’amore con Karina va a gonfie vele, ma oltre alla polizia Lucky deve anche fare i conti con Lisa, la sua ex che un giorno gli consegnerà Eduardito un bambino di pochi mesi che forse è anche suo figlio. La sua vita assumerà un’altra dimensione.
Questa, in effetti, sarebbe una tipica storia da neorealismo, il modo di girare di Sean Baker, con ogni necessaria attualizzazione, appartiene a quel criterio del pedinamento del personaggio, struttura fondante della poetica zavattiniana. In questo senso il film, di un’immediatezza straordinaria, non fatica neppure un attimo a mettersi in stretto collegamento con il proprio pubblico e colpisce la freschezza delle invenzioni e la vivacità di una scrittura che, senza esagerazioni, restituisce e racconta il profilo dei personaggi e degli ambienti. Resta Eduardito, che Lucky chiamerà Prince, il piccolo e sconcertato coprotagonista del film. Lo sguardo di Baker è sempre affettuoso su di lui e mai patetico, divertito, semmai, come nella scena in cui, dopo essersela fatta addosso, imbratta i muri con gioia e inconsapevolezza infantile. La scoperta della paternità, nonostante la sua diffidenza che lo spinge a testare il DNA, è il fulcro del film e Karina, Lucky e Prince formeranno una nuova famiglia e accanto a questa la storia di Levon che, invece, perde la propria dopo l’abbandono di Nadia, moglie di comodo per fargli ottenere la cittadinanza americana. Baker è sensibile al tema, il suo precedente lavoro Take out riguardava gli immigrati cinesi. Il profondo rapporto di amicizia e complicità che lega Lucky e Levon completa quel panorama di anime, in fondo sincere, che si annidano nel cinismo delle metropoli. Baker, riesce a raccontare, con felice ispirazione, con il suo teleobiettivo, il caos metropolitano, affogando, nei primi piani, il rumore della città e delineando un microcosmo autentico di luoghi, persone e sentimenti.
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