TORINO FILM FESTIVAL 26 - "Of Time and the City" di Terence Davies (Fuori concorso)

Da sempre attento e legato alle emozioni proprie e della propria terra, Terence Davies mette in scena la sua Liverpool per riappropriarsi del cinema otto anni dopo la sua ultima opera: Of Time and the City diviene così qualcosa in più di un semplice ritratto urbano

Of Time and the CityIn un cinema vuoto scorrono immagini d’epoca. Vecchie bobine in bianco e nero attaccate dal tempo si rianimano pian piano fino ad inglobare tutto e a possedere appieno lo schermo. Nasce da questa esplosione il cinema di Terence Davies, stralunato e romantico cantore del tempo che passa, tornato dietro alla macchina da presa otto anni dopo il suo ultimo film (The House of Mirth, 2000) con questo documentario che fin dal titolo si propone di viaggiare nel tempo e nello spazio. Davies riesce a muoversi pur rimanendo fermo. Sono i suoi ricordi che prendono vita sullo schermo e vagano, perduti, in una città spettrale, che pare priva di presente e densa di passato: la sua è una storia fatta di immagini e suoni, odori e canzoni, voci lontane e architetture scomparse. Liverpool si forma pian piano nei nostri occhi, da una parte sembra tendere verso il cielo con le sue cattedrali immense, dall’altra guarda all’orizzonte che c’è oltre il mare: non sembra essere la stessa città dei Beatles e dei reds, quanto piuttosto un mitico altroquando, un’Atlantide sommersa e sepolta. C’è spazio solo per la memoria e il ricordo in questa chanson d’amour che Davies dedica alla sua old dirty city, non una ballata ma una sinfonia triste e solitaria, romantica e dolce come quegli amori giovanili nati sotto i fumi della Gas Works o tra i docks dei cantieri navali. Liverpool sembra morire lentamente man mano che il giorno avanza e la bobina passa dal bianco e nero al colore, perdendo tanto, troppo forse, e non riuscendo quasi più a ricreare la città, a farla rivivere, ma soltanto a riprodurla stancamente. Davies implora il tempo a fermarsi, a lasciare una traccia di un’esistenza, di una città come di un solo uomo. Anche la speranza, che il regista sembra riporre esclusivamente nelle giovani generazioni, si dissolve nel breve volgere di un frame, come se la notte e l’oblio avessero, comunque, già trionfato.

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