TORINO FILM FESTIVAL 26 - "Momma's Man" di Azazel Jacobs (Torino 26)

Si esita un po’ prima di essere sicuri di poter definire il film di Azazel Jacobs. Commedia famigliare, melodramma generazionale. Potrebbero essere espressioni adatte. Ma poi viene in mente che Momma’s Man non è può esser rinchiuso in facili definizioni. Tutto quello che serve dire per descriverlo è che si tratta di un film sorprendente, perché parla  una lingua che tutti conoscono, che tutti sanno, ma che pochi, o forse nessuno, ha la capacità di usare

Momma's manI film indipendenti sull’adolescenza e quelli sulla difficoltà di lasciare l’adolescenza sono ormai da tempo un vero e proprio genere. La storia di Mikey, trentenne neopapà che torna a New York per visitare i suoi genitori e non riesce più a tornare a casa sua, piombando kafkianamente in una sorta di regressione (sub)cosciente, potrebbe apparire come un facile schema collaudato. Non è così. Terzo lungometraggio di Azazel Jacobs, figlio del regista sperimentale Ken (al quale la sezione "La zona" dedica un vero e proprio omaggio), Momma’s Man è un film sorprendente, proprio perché parla  una lingua che tutti conoscono, che tutti sanno, ma che pochi, o forse nessuno, ha la capacità di usare. Così quando Mikey, arrivato alla fermata del treno per l’ aeroporto JFK, è inquadrato nel suo sedile e rimane lì, immobile, decidendo di tornare dai suoi, quando comincia ad inventarsi improbabili quanto possibilissimi problemi di over-booking con la compagnia di volo, quando, messo con le spalle al muro dalla moglie che al telefono, dall’ altra parte degli Stati Uniti, gli chiede urlando una spiegazione, le dice con compiaciuta vigliaccheria “Hai una vaga idea di cosa significhi vedere che i tuoi genitori invecchiano?”, non si può far altro che avvertire un brivido d'immedesimazione. Quanto sia naturale lasciare che il calore del passato, delle mura, delle scatole piene di oggetti, arrivi come un sonno protettore in cui paralizzarsi e proteggersi dalle responsabilità dell’ essere adulti, è scritto nei movimenti sempre più radi e flemmatici di Mikey ( Matt Boren), nel suo volto, scrupolosamente privo di sentimenti. Jacobs usa il cinema narrativo in modo sperimentale perché evita qualsiasi accenno di analisi introspettiva, psicologica. Non c’è alcun tentativo di spiegare il comportamento di Mikey, nessun ricorso al passato come territorio di spunti drammatici. In fondo non ce n’è bisogno. Sappiamo già tutto di Mikey. Senza che sia stato “detto” nulla. Sorta di Gregor Samsa inconsapevole, Mikey è da qualche parte dentro ognuno di noi. Jacobs lo sa ed evita di cadere in inutili didascalie. Omaggio colmo d’ amore a New York, ed in particolare a Tribeca, Momma’s man è un viaggio nel cuore della città.  E il cuore di New York per Azazel Jacobs è la casa dei suoi genitori. Ken e Flo Jacobs interpretano sé stessi come “genitori di Mikey” e danno prova di una rarefatta naturalezza; lui con la sua espressione distaccata e indagatrice, lei con la sua tenera preoccupazione. E la loro casa, incompiuta eppure accogliente, è forse la vera protagonista del film. I muri scoperti, i corridoi traboccanti di scaffali di libri accatastati, le scatole zeppe di cose, rendono bene l’ idea di un posto che sta per essere lasciato, un posto da cui si deve partire  e da cui è impossibile staccarsi. L’ unico modo per staccarsi dal sonno e ripartire sarà per Mikey l’ abbandono michelangiolesco tra le braccia della madre. Solo questo  renderà “l’uomo di mamma” in grado di ri-diventare adulto. Momma’s man è un viaggio inusuale nel sonno dell’ infanzia e dell’ adolescenza. Un percorso semi-onirico  nelle viscere rassicuranti del passato che sembra l’ unico modo per poter cominciare davvero a vivere. Non c’è auto-compiacimento nello sguardo di Jacobs. Entra nel cuore senza giocare con i sentimenti. Dice la verità e non ha bisogno di altro.

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