TORINO FILM FESTIVAL 26 - "Die Welle", di Dennis Gansel (Concorso)

Die Welle di Dennis Gansel è ispirato ad una storia vera ed è stato realizzato per raccontare di quanto le nostre democrazie occidentali restino esposte alla minaccia dittatoriale. Un cinema che affida la propria esistenza solo alla pura narrazione e alla netta squadratura dei personaggi. Ciò non giova ai nobili intenti dell’autore. In concorso

Ispirato ad una storia vera accaduta nel 1967, Die Welle (L’onda) racconta di come all’interno di una scuola, a seguito di un seminario sull’autocrazia, un gruppo di studenti, guidati dal loro sinistrorso professore, facciano nascere, dapprima solo come intenzione didattica e quindi con intenzioni più serie,  un movimento, ispirato a principi di autarchia e di destra politica. Il gioco didattico dei ruoli coinvolgerà i protagonisti e l’esperimento finirà nel sangue.

Con tutte le migliori intenzioni Dennis Gansel racconta questa storia morale dimostrando, con elementi alla mano, come le nostre democrazie occidentali restino esposte alla minaccia dittatoriale. I temi del film si muovono all’interno del consueto quadro che si sviluppa nelle opere corali.

Qui è una scolaresca in età da liceo che ritrova, improvvisamente, attorno ai valori del gruppo, anche la solidarietà e la comunanza di intenti. Ma si tratta di un gruppo chiuso, a suo modo esclusivo che nasce da una facile manipolazione delle menti del giovane professore. È proprio in questa fase, quando monta il desiderio di contare anche nel sociale con le prime azioni di disturbo, che lo stesso professore che li guida perde il controllo della situazione e non riesce (ma nel film pare che neppure voglia) a dominare i fatti e intervenire sulla piega che la situazione sta prendendo. All’interno di questo quadro complessivo è anche normale che l’onda - questo il nome che il sodalizio si è dato con straordinarie affinità, solo nominali, con l’altro e attuale nostro movimento studentesco - sviluppi i segni propri di ogni movimento politico che agisca per ottenere la supremazia. Ne nasce un saluto, una divisa, un logo, tutte parole d’ordine che servono ad includere e ad escludere e naturalmente a soffocare il dissenso. Il dissenso forte e motivato divide anche gli affetti già nati all’interno della classe ,dimostrando come le dinamiche di gruppo possano intervenire anche sui sentimenti annullandoli. Porre fine all’esperimento sarà un bel problema per il professor Rainer Wenger, che da parte sua ha già sacrificato, per la propria affermazione, il rapporto con la moglie. I danni sono già evidenti nelle menti più deboli che, come il giovane e insicuro Stolte, hanno assunto quelle (presunte) sicurezze del gruppo da sostituire alle proprie incertezze.

Se da un punto di vista puramente didattico il film funziona efficacemente, perché costituisce un esperimento in vitro di come anche delle idee deboli, mascherate da un inconsistente sostrato teorico, possano prendere il sopravvento in tempi bui di incertezza politica, il film possiede un arsenale formale molto ristretto. Pare essere un vizio capitale di una certa cinematografia tedesca che non riesce a costruire un cinema che vada al di là di una pura narrazione e - ci perdonino gli estremi cultori - di un’estetica da fiction, che affida la propria esistenza esclusivamente alla narrazione e alla netta squadratura dei personaggi, rispetto ai quali è ignorata qualsiasi sfumatura. Ciò non giova al film e non giova neppure ai nobili intenti dell’autore.

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