TORINO FILM FESTIVAL 26 - "Hunger", di Steve McQueen (Lo Stato delle Cose)
La storia vera di Bobby Sands, attivista irlandese degli anni ottanta, martire della resistenza. Bella sorpresa per il film d’esordio di un affermato e amatissimo artista contemporaneo che attraversa il cinema, la scultura e la fotografia sviluppando una narrativa filmica che inevitabilmente lo ha portato ad allontanarsi dal cinema classico e ad adottare un approccio più libero
Il film dell’inglese Steve McQueen racconta la storia di Bobby Sands, l’attivista irlandese degli anni ottanta, martire lasciatosi morire in galera per uno sciopero della fame durato 66 giorni, non prima di aver subito le più crudeli torture da parte dei secondini inglesi. Il trentanovenne Steve McQeen è al suo primo lungometraggio, ed è da considerare tra i più noti artisti contemporanei (è anche scultore e fotografo) per l'uso sofisticato del linguaggio cinematografico con riferimento diretto al cinema-veritè, in particolare a Jean Rouch. McQueen ha sviluppato una narrativa filmica che inevitabilmente lo ha portato ad allontanarsi dal cinema classico e ad adottare un approccio più libero che fa della casualità e dell'aleatorietà i suoi punti di forza. In questo contesto l'artista ha adottato alcune tecniche che sono diventate tipiche del suo operare: l'uso della camera tenuta a mano durante la ripresa, la trasgressione dei confini tra immaginazione e realtà, tra lo spazio di chi osserva e quello del film, e soprattutto l'interruzione della continuità del racconto per cui le sequenze non si succedono l'una dopo l'altra, bensì fanno parte di blocchi narrativi discontinui. In questa opera cruda e violenta però l’autore sembra frenare il suo impulso creativo, dimostrando anche un senso dell’equilibrio non comune ai giovani registi. Episodico nella struttura, il suo procedere non segue, anche in questa opera, un'azione lineare ma ancora lo sguardo, seguendo un percorso linguistico in cui si compenetrano immagini e memoria e il cui scopo è trasformare la nozione comune del reale. Ognuno diviene sensibile al massimo grado verso se stesso, il proprio corpo e la propria respirazione. Questo è quello che proviamo negli ultimi atti dell’esistenza di Bobby Sands. Bisogna perdere completamente il controllo. In questo consiste l'improvvisazione. È caos controllato. E se la dimensione temporale in questo film è determinata dalla memoria che, sollecitata, si muove in diverse direzioni, anche i luoghi dove si svolgono le azioni scaturiscono dalla casualità e dalla capacità di improvvisazione. Un mondo che si spinge all’esplorazione dei limiti fisici, cercando di superarli attraverso un’arte multimediale che condensa a tratti, impercettibilmente cinema, videoinstallazione, scultura, fotografia, disegno. Il concetto di creatività interagisce tra i labirinti dello specialismo e dell’estremismo espressivo contemporaneo. Veramente un’opera notevole: quasi azzerate le parole, fino al faccia a faccia tra Bobby ed un prete, parlano le immagini, la narrazione che evoca il tempo reale e l’opposizione gravitazionale della metafora cinematografica. Questo cinema è una sorta di fecondazione trasversale tra il desiderio di creare e la fatica di continuare a creare: un tentativo di rafforzare l’energia creativa senza permettere alla propria pratica di assumere una forma concreta e fastidiosamente estetizzante.
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