TORINO FILM FESTIVAL 26 - "Dixia de Tiankong" (The Shaft), di Zhang Chi (Concorso)
In tre diversi episodi, la vita di tre membri di una famiglia che vive e lavora in una città mineraria nell’Ovest della Cina. Tutti vogliono cambiare la loro esistenza. Tuttavia la vita è dura. Non si può vincere la lotta contro il destino, ma si deve comprendere la stessa vita durante la lotta. Bel debutto al lungometraggio del trentunenne regista cinese, che in passato ha lavorato come autore per la televisione di stato
In tre diversi episodi, la vita di tre membri di una famiglia che vive e lavora in una città mineraria nell’Ovest della Cina. La figlia, Jingshui, vuole cominciare una nuova vita ma deve scegliere tra l’amore per uno squattrinato minatore e i suoi sogni che la proietterebbero a Pechino. Suo fratello, Jingsheng, desidera diventare una pop star ma non ha né il denaro sufficiente né il talento per riuscirci; nel frattempo ha lasciato anche la scuola senza completare gli studi e continua a rifiutare un impiego in fabbrica, dove vanno a finire tutti i suoi coetanei che hanno rinunciato all’università. Il padre, Ding Baogen, minatore anch’egli, che presto andrà in pensione, vuole dedicarsi alla ricerca della moglie scomparsa molti anni prima. Ciò che è ideale è sempre in conflitto con il reale. Tutti e tre i personaggi principali del film vogliono cambiare la loro esistenza. Tuttavia la vita è dura. Non si può vincere la lotta contro il destino, ma si deve comprendere la stessa vita durante la lotta. I giorni passano inesorabilmente e tutto prima o poi svanirà. Bel debutto al lungometraggio del trentunenne regista cinese, che in passato ha lavorato come autore per la televisione di stato. È evidente anche una certa somiglianza di stile con il grande Jia Zhang-ke. In effetti Il giovane regista lavora sui microcosmi, sugli spazi stretti, desolanti e scomodi e i sui corpi che sono sempre in tensione: il suo spazio è fatto di intercapedini che si aprono alla precarietà dello sguardo nel cinema, il suo tempo è in un altro tempo, lotta per fermarsi ma è stravolto dal desiderio di ripartire. Il cinema è un fiume che attraversa gli occhi, in un continuo fluire, senza ritorno. Sembra di restare fermi ma in realtà si è sempre in bilico, vibrando tra l’astratto e il materico, nel parco d’attrazione digitale che abissa il moderno e annichilisce il reale. Zhang Chi è figlio legittimo della globalizzazione del cinema, viaggiando tra i terminali del visionario quotidiano e dell’ordinario onirico. I rumori della città di carbone si perdono nel silenzio di paesaggi non virtuali, “terre” dove si rischia di diventare fantasmi a forza di starci tutto il giorno. L’altra faccia della Cina, o meglio la stessa faccia che in occidente (e ai festival internazionali) ci piace ritrovare e probabilmente condividere. Zhang Chi forse, però, di Jia Zhang-ke non ha ancora quella sublime e superba fluidità di racconto per immagini in cui quasi non ti accorgi più del montaggio, perdendoti nel perenne dondolio di un ricordo, di un frammento che si fa immenso, universale.
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