TORINO FILM FESTIVAL 26 - "Il grande progetto", di Vincenzo Marra (Italiana.Doc)
Il grande progetto sembra quello che di film in film diviene sempre più chiaro all’interno della produzione documentaria di Marra: da questo punto di vista, tolta la messinscena al limite dell’amatoriale, figlia del degrado del reportage ‘d’assalto’ nell’epoca televisiva italiana contemporanea, il film è una evidente prosecuzione del discorso intrapreso nel precedente L’udienza è aperta. E il lavoro degli ingegneri di Bagnoli Futura per la bonifica della zona napoletana post-industriale diventa un nuovo viaggio all’interno dello stesso stereotipo della denuncia.
Il grande progetto di cui parla il titolo di questo nuovo documentario di Vincenzo Marra è quello del risanamento della zona industriale di Bagnoli, disastrata dopo un secolo di Italsider e adesso avviata verso una bonifica che intende farne una sorta di oasi splendente di parchi, acquari, mare, a bassa densità abitativa. Ma il grande progetto in realtà sembra quello che, di film in film, diviene sempre più chiaro all’interno della produzione documentaria del regista: da questo punto di vista, pur essendo per molti versi più convincente (tolta la messinscena al limite dell’amatoriale, figlia chiaramente del degrado del reportage ‘d’assalto’ nell’epoca televisiva italiana contemporanea, con macchina a mano tremolante dalle inquadrature di scomposizione cubista, e reiterate imperfezioni e ‘sporcizie’ che insinuano quasi un dubbio di sciatteria programmatica), il film è una evidente prosecuzione del discorso intrapreso nel precedente L’udienza è aperta, sulla malattia inguaribile della giurisprudenza napoletana. In quel lavoro, l’anima ‘denunziante’ di Marra non riusciva, a conti fatti, a non risultare schiacciata dallo stesso stereotipo che intendeva combattere, finendo per far provare una contagiosa simpatia allo spettatore nei confronti di questi giudici partenopei alle prese con una miriade di ostacoli e di lentezze, ma che, imperterriti, si facevano forza pranzando tutti insieme negli uffici e versandosi qualche bicchiere in compagnia – l’incredibile coriacità dei napoletani, veniva da pensare, nei confronti dei soliti malfunzionamenti della solita, povera Italia. L’effetto de Il grande progetto è simile: lo sconforto del pubblico è già il luogo comune di chi è stato abituato da tempo ad annuire, rassegnato che da queste parti le cose non potranno andare diversamente, che paese, e il suo divertimento è quello di guardare i napoletani all’opera per cercare di arrabattarsi pur nella disperazione – solo che stavolta Marra è incredibilmente più esplicito (quella sorta di prospettiva del panettone in primissimo piano, dietro cui riprende il brindisi d’auguri natalizio dei dirigenti dell’associazione Bagnoli Futura, è geniale e quanto mai
significativa), sin dalle prime sequenze, prima di arenare il suo documentario come i lavori di ricostruzione di Bagnoli, impelagandosi (lui e i lavori) in uno sfinente sciopero degli operai della ditta sub-appaltatrice, che si mangia mezzo film (il sublime Marra ci infila dentro un dialogo in vernacolo stretto in pausa-panino tra operai cattolici e musulmani sulle differenze tra Gesù e Maometto, visti come Prodi e Berlusconi…). Ecco gli elegantissimi e coltissimi ingegneri di Bagnoli Futura, che si fanno un piatto di pasta parlando del piano regolatore in uno scalcinata trattoria ‘popolare’: Marra abbandona il loro discorso per cogliere, improvvisa, la telefonata di un attempato signore al tavolo affianco che al cellulare non riesce a spiegarsi con la moglie la presenza di questi Signori in un locale del genere: “ma perché non se ne vanno a pranzare all’Excelsior, che ce ne fotte a noi dei discorsi d’affari?”. Segue dialogo tra un giornalista e un ingegnere, in cui il giornalista vuole assolutamente, pretende in maniera esplicita fermando la prosopopea dell’esperto, che si parli dei malfunzionamenti, dei ritardi, delle cose che non vanno: “questi sono i tempi a Napoli…”. Lo spettatore scuote il capo, tanto più che il professore di Bagnoli Futura per andare a Roma in eurostar ha fatto 55 minuti di ritardo (e Marra proprio non ce la fa a scartare l’annuncio del capotreno dal montaggio del film). Il capolavoro lo si sfiora però nel dialogo tra il professore e Rosa Russo Iervolino: “Sindaco, l’hai avuta l’agendina di quest’anno, o te la porto domani?”.
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