TORINO FILM FESTIVAL 26 - "Il fluttuare tra realtà e poesia è l'oggetto della mia ricerca": Incontro con Kohei Oguri (prima parte)
Il regista giapponese, omaggiato da una retrospettiva completa dei suoi lavori nella sezione La Zona, ha incontrato il pubblico torinese per parlare della sua idea di cinema e del suo rapporto con la realtà. L’incontro è stato moderato da Massimo Causo, curatore della sezione, insieme a Roberto Manassero, consulente alla selezione
Kohei Oguri è un maestro e una figura di riferimento nel panorama cinematografico giapponese, ma allo stesso tempo è un regista isolato, atipico. La sua filmografia ripercorre la Storia del Giappone post bellico attraversando le stagioni della vita: l’infanzia in Doro no Kawa/Muddy River, la giovinezza in Kayako no Tameni/For Kayako e il suo ultimo film Umoregi/The Buried Forest vede insieme giovani e anziani; il tutto inserito in un quadro che tiene conto della natura e anche della complessità sociale della sua terra (pensiamo alla comunità coreana in Kayako no Tameni). Vorrei che ci parlasse, per l’appunto, del suo rapporto con la Storia.
Il Giappone è stato il primo paese asiatico ad andare incontro a un processo di modernizzazione e questo è stato possibile grazie alla manodopera fornita dalle colonie. Il concetto alla base di questo processo era la volontà di “uscire dall’Asia per entrare in Europa”. Parafrasando io ho voluto invece uscire dall’Europa per tornare in Asia e l’ho fatto con il cinema (che peraltro proprio in Europa è nato).
Il Giappone non ha una religione monoteista e la sua base culturale e religiosa è definibile come animista, fatto che influisce anche sul modo in cui sono ritratti i paesaggi. Ad esempio in un film europeo, quando si deve inquadrare un personaggio, è importante soprattutto far capire cosa egli dice; in un mio film invece è più importante il luogo in cui si trova quel personaggio e tutti gli elementi che sono in campo attorno a lui. Chiaramente dal mio primo film all’ultimo molte cose sono cambiate, e soprattutto il modo in cui riprendere l’ambiente.
Presentando Umoregi ha spiegato che per lei il digitale era l’unico mezzo con il quale avrebbe potuto realizzare quel film. Ci può spiegare meglio questo concetto, perché non la pellicola?
Il digitale è un mezzo che non si può toccare e genera per questo sospetto, ha un che di inspiegabile. Personalmente ritengo che dal punto di vista tecnico la pellicola sia ancora il mezzo migliore, ma il problema è che oggi la realtà è a sua volta inaffidabile, le immagini che rimanda sono come appiattite e pertanto aveva senso unire le due cose e utilizzare una tecnologia come quella digitale.
Sta lavorando a qualche nuovo progetto? E, se sì, come proseguirà il suo rapporto con la Storia del Giappone e la sua ricerca stilistica?
Attualmente non ho progetti in corso, ma parlando in generale il mio stile nel tempo è cambiato, ma l’idea alla sua base è che la parte simbolica diventa sempre più preponderante rispetto al resto. L’inquadratura mostra la realtà, ma è possibile attraverso piccoli scarti approdare alla poesia e al simbolico. Quindi il fluttuare fra realtà e poesia è ciò che mi interessa raccontare. Forse dico una cosa ovvia, ma virando nel simbolico i dialoghi diventano sempre meno presenti e quindi il film finisce per basarsi sempre meno sulla storia.
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