TORINO FILM FESTIVAL 26 - "Il cinema dovrebbe essere più leggero": Incontro con Kohei Oguri (seconda parte)
Prosegue il resoconto dell’incontro fra il regista giapponese e il pubblico del festival sui temi della realtà, dei sentimenti e della rappresentazione cinematografica, moderato da Massimo Causo, curatore della sezione La Zona, insieme a Roberto Manassero, consulente alla selezione
Lei ha realizzato 5 film in un arco di tempo che comprende all’incirca 25 anni e suppongo quindi che il processo creativo alla base dei suoi lavori sia molto lungo: quanto tempo passa dall’ideazione alla realizzazione di un suo film? E’ un processo faticoso?
In realtà non mi capita mai di pensare a come mettere in scena un’idea. Si comincia sempre con un sentimento che mi interessa e poi penso a come sviluppare la cosa. Per Nemuru Otoko/Sleeping Man, ad esempio, sarebbe stato logico pensare a come sfruttare i personaggi, creando delle relazioni tra loro e invece ciò che io mi chiedevo era quale sarebbe stato il ciclo della natura durante l’arco della vicenda. Ovviamente da un film all’altro ci sono delle differenze, ma in generale non voglio far capire allo spettatore ciò che ho già capito io, ma far vedere ciò che anche io voglio vedere. Anzi, alla fine della proiezione, non voglio che si capisca tutto, ma che invece lo spettatore capisca di non aver capito tutto perché le immagini non hanno bisogno di essere spiegate, ma solo comprese con il corpo. Da questo punto di vista posso dire che la sceneggiatura è per me il momento in cui compiere i preparativi necessari ad ottenere questo risultato.
Il suo lavoro con i bambini in Doro no Kawa/Muddy River è veramente sorprendente, ce ne può parlare?
Si dice che non si possono vincere i bambini e gli animali, perché entrambi non hanno il senso della finzione. Quindi io non chiedo ai bambini la recitazione, per loro è come un gioco e come tale va condotto. Per un attore recitare è come per un atleta compiere una corsa a ostacoli: c’è chi salta molto vicino all’ostacolo e chi invece riesce a darsi il giusto slancio in volata compiendo un balzo più armonioso. Solitamente si pensa che il secondo sia più bravo del primo, ma invece sono solo due modi diversi di affrontare un problema e per la recitazione è lo stesso, si tratta di superare degli ostacoli in modi differenti.
Nei suoi film vediamo spesso feste popolari, riti e cerimonie: che peso hanno sul suo lavoro le tradizioni culturali giapponesi?
Quelle che si vedono nei film sono tradizioni giapponesi, ma vorrei che fossero considerate semplicemente tradizioni di una comunità, che si articola attraverso relazioni tra le persone che le compongono. Vorrei quindi superare questo limite dell’etichetta che tende a considerare queste semplicemente come tradizioni “giapponesi”.
Prima diceva di essere interessato a “uscire dall’Europa per tornare in Asia”. Ha mai pensato invece di raccontare una realtà europea?
Quando ho detto quella frase non intendevo che il mio volere è gettare via l’Europa, dalla quale anzi ho imparato molto e, come già spiegavo in precedenza, il cinema stesso è nato lì. Più che raccontare l’Europa ciò che per me è importante è capire cosa fanno Europa e Giappone e questo posso farlo nell’unico modo che conosco, lavorando nel mio paese. Il tutto per raccontare non tanto un “tema” quanto dei sentimenti. Ad esempio, forse per la matrice fornita dal cristianesimo, in Europa la cultura è basata sull’uomo e questo è un concetto che io non riuscirei ad affrontare. Inoltre per l’uomo occidentale è fondamentale vedere. A questo proposito ho visitato qui a Torino il Museo del Cinema e la prima cosa che ho visto è stato il Teatro delle Ombre e subito dopo le prime Macchine da Presa che con le loro lenti sono entrate nella realtà come fossero armi. Ecco, ritengo ci sia una differenza fra le ombre che rappresentano e la mdp che invece entra nella realtà come una pistola. Noi registi manovriamo queste armi ed è importante chiedersi cosa ne facciamo. Il cinema dovrebbe per questo essere molto più leggero.
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