TORINO FILM FESTIVAL 26 - "Sous le nom de Melville" di Olivier Bohler (Jean-Pierre Melville)

Il giovane studioso francese ha ritrovato in Melville il centro e il motore della propria passione per il cinema. E riesce a restituire il ritratto di un regista che emerge sempre più come cerniera tra passato e presente, oriente e occidente. Ma, soprattutto, di un uomo tutt’altro che contradditorio, di una coerenza che si spinge sino alla radicalità

 

 

Jean-Pierre MelvilleGiovane studioso francese, Olivier Bohler ha ritrovato in Melville, a cui ha dedicato anche la tesi universitaria, il centro e il motore della propria passione per il cinema. E, senza alcun dubbio, il suo amore incondizionato per il grande regista traspare in tutta la densità di questo Sous le nom de Melville, documentario tuttora in progress, presentato qui a Torino in anteprima assoluta. Un lavoro piuttosto canonico dal punto di vista stilistico, che percorre momenti e aspetti cruciali della vita e dell’arte di Melville, attraverso un processo di accumulazione e sedimentazione di materiali di repertorio, scene tratte dai film, testimonianze di parenti, amici, studiosi (Rui Nogueira, autore di un imprescindibile libro intervista sul suo cinema), registi, tra cui Bertrand Tavernier, Johnnie To, Masami Kobayashi e Volker Schlöndorff, per molti anni assistente fidato.  L’intenzione di Bohler non era certo quella di ripensare e reinventare le forme del documentario, quanto quella di restituire, nella maniera più completa e fedele possibile, la complessità di un personaggio che, per forza di cose, per come parla il suo stesso cinema, tende a nascondersi in zone d’ombra di un fascino smisurato. Assolutamente invasato di cinema, prima amato e poi odiato dalla Nouvelle Vague, che non gli perdonava il supposto appiattimento ai modelli americani, Melville emerge sempre più come cerniera e spartiacque tra due periodi, il passato e il futuro, e due mondi, oriente e occidente, apparentemente inconciliabili. E in questo senso, l’interesse del documentario di Bohler è anche nella capacità di far parlare gli autori (e Johnnie To in particolare) del proprio cinema, attraverso il cinema di Melville Ma soprattutto dal film emerge un personaggio tutt’altro che contradditorio, di una coerenza che si spinge sino alla radicalità. E’ il modo in cui riesce a modellare affetti, pensieri, prese di posizione, scelte politiche, metodo di lavoro, su una visione del mondo che risponde a un codice d’onore rigoroso e a un culto estremo dell’amicizia virile, a una concezione assolutamente pessimistica della vita, regolata da un caso inafferrabile, che sempre s’inserisce e trama nel disegno di un destino fatale. Da qui le sue non convenzionali esternazioni sulla guerra (gli anni più belli della mia vita), la generosità fraterna e la riservatezza nei confronti degli amici, gli attestati di stima nei riguardi dei nemici (combattenti che erano come monaci). In un’epoca in cui tutti gli intellettuali non potevano non esser di sinistra, Melville si dichiarava ostinatamente di destra, per la sua ammirazione incondizionata a De Gaulle sin dai tempi della militanza nelle file della Resistenza. L’ennesima conferma di un autore solitario condannato a essere sempre fuori moda e fuori tempo. E, proprio per questo, eterno.   

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