TORINO FILM FESTIVAL 26 - "Låt den rätte komma in" (Let the right one in) di Tomas Alfredson (Fuori concorso)
Il cinema di Alfredson è senza pietà e senza veli, rivela tutto il visibile con estrema perizia e un enorme uso di particolari per evitare il terrore o la suspense a arrivare all'orrore puro: orrore per una società in decadenza formata da piccoli gruppi isolati volutamente ignari e non consci di ciò che succede loro attorno, neppure degli omicidi che si svolgono con evidenza all'aria aperta.
Un film coraggioso e terribilmente crudele quello dello svedese Tomas Alfredson, che non esita a finire nel soprannaturale per raccontare la storia di un amicizia e di una maturazione. Oskar, un dodicenne spesso maltrattato dai compagni di classe, conosce Eli, una sua coetanea dall’aspetto stravagante che non teme il freddo quasi polare della Scandinavia; di poche parole e dai comportamenti a volte enigmatici, la ragazzina pian piano conquista e si fa conquistare da Oskar, fino a rivelargli di essere una vampira, colpevole dei numerosi omicidi avvenuti dal suo arrivo in città. Il cinema di Alfredson è senza pietà e senza veli, rivela tutto il visibile con estrema perizia e un enorme
uso di particolari - spesso fatti risaltare dall’assenza di profondità di campo - per evitare il terrore o la suspense e arrivare a mostrare l’orrore puro: orrore per una società in cui gli adulti non hanno nessun ruolo di guida; in cui i ragazzi sono così spietati e incontrollati da non esitare a voler cavare un occhio a un proprio coetaneo - e lo stesso protagonista è spesso mostrato con un coltello in mano mentre immagina di vendicarsi dei suoi compagni - ; una società in decadenza formata da piccoli gruppi isolati volutamente ignari e non consci di ciò che succede loro attorno, neppure degli omicidi che si svolgono con evidenza all’aria aperta. La violenza però non è mai fine a se stessa, né del resto condannata: ogni assassinio o ferimento è causato o sarà la causa di un preciso avvenimento che serve - direttamente o indirettamente - ad Oskar per maturare; ed è in fondo questa la natura del film, una sorta di bildungroman, un percorso di formazione che porta il ragazzo a conoscere la solitudine e la vendetta, l’amore e la paura. E tutto questo è visto da Alfredson dagli occhi e con gli occhi di un dodicenne in cerca di una figura di riferimento (Oskar è più volte ripreso mentre guarda e cerca di toccare il suo opaco riflesso nella finestra), figura che può essere solo un personaggio soprannaturale - all’esterno o all’estremo del mondo comune - col quale dover comunicare in modo differente (i due protagonisti spesso si “parlano” attraverso il codice Morse), ma dal quale si può avere il puro affetto e la vera considerazione di cui il ragazzo ha bisogno.
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