TORINO FILM FESTIVAL 26 - "Nikoli nisva šla v Benetke (We've never been to Venice)", di Blaž Kutin (Concorso)

Blaž Kutin esordisce con questo titolo nel lungometraggio inserito nel programma del concorso. Nikoli nisva šla v Benetke (Non sei mai stato a Venezia) vuole mostrare le pieghe di un rapporto di coppia annullato dalla tragedia e mostrare i gesti e le reazioni che solitamente non si vedono, ma i difetti genetici della pellicola consegnano allo spettatore un film non equilibrato.

Tutto nasce dal desiderio di mostrare i rapporti per ricostruirli dopo un dramma. Il quasi quarantenne regista sloveno Blaž Kutin esordisce con questo titolo nel lungometraggio inserito nel programma del concorso, In poco più di sessanta minuti l’autore racconta la breve storia di Grega e Masha che devono ricomporre la propria vita in comune. Lo spettatore non sa, ma intuisce da subito, la scomparsa di qualcuno determina il loro comportamento, un indizio sono i giocattoli lasciati per casa senza nessuno che li utilizzi. Il padre di lui li aiuterà in questo percorso.
Funerali e decessi sembrano quest’anno caratterizzare le opere in rassegna qui a Torino e anche questo film sloveno del concorso non si sottrae al lungo elenco. Kutin vuole mostrare le pieghe di un rapporto di coppia annullato dalla tragedia e mostrare i gesti e le reazioni che solitamente non si vedono e per questo utilizza, durante i successivi blocchi narrativi, la macchina fissa che intrappola i protagonisti per coglierne i gesti e le emozioni e le dichiarazioni del regista sul film confermano questa scelta.
Purtroppo il film, che vive di lunghe e vuote pause non soltanto narrative, ma soprattutto inventive, non riesce mai a tirare lo spettatore all’interno del mondo tragico che la coppia vive. La giornata che vediamo è segnata da un itinerario scomposto che il padre di lui compie nel tentativo di riportare un po’ di pace nella coppia: un gelato, un bagno al lago, una puntata a Venezia e qualche altra semplice distrazione. La dilatazione dei tempi, a volte eccessiva e inspiegabile, fa propendere per l’ipotesi che il film avrebbe trovato una maggiore compattezza e una migliore risoluzione nei tempi brevi del cortometraggio. Il film così strutturato soffre di un difetto genetico quello di una incapacità di sviluppo ed è come se sia stato utilizzato uno sforzo eccessivo per dimostrare un teorema finale di non complessa intuizione. Il rapporto di coppia, segnato da momenti di infantile reazione reciproca o da comportamenti giustificati solo dal dolore, ma non accettabili nella normalità quotidiana, appaiono eccessivi, sopra le righe, per il fine verso il quale sono rivolti confermando l’impressione di questa esagerazione nella struttura narrativa che fa perdere di vista i pur condivisibili assunti iniziali. Ci viene consegnato quindi un film non equilibrato dove anche il percorso narrativo lascia qualche dubbio se quello che vediamo alla fine e da lontano è un funerale e viene da domandarsi per quale ragione la coppia abbia già la necessità di elaborare un lutto che ancora non è neppure iniziato.
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