TORINO FILM FESTIVAL 26 - "Historias extraordinarias" di Mariano Llinás (La Zona)
Un narratore onnisciente, che per 252 minuti mantiene da solo le fila del suo ‘romanzo’, dando il suo ordine alle cose e negando ai personaggi la parola, il dialogo e il punto di vista. Eppure, raccontate, le vite si svelano un continuo e miracoloso evento. Ogni uomo rincorre la propria avventura extraordinaria, la sua esistenza eccezionale, difforme da un impossibile baricentro di normalità
Tre storie destinate a non incrociarsi mai. Tre protagonisti anonimi. X si ritrova coinvolto in un omicidio e passa le sue giornate in un albergo di provincia, in cerca di una traccia che possa aiutarlo a ricostruire i fatti. Z è un impiegato affascinato dalla doppia personalità del suo predecessore, grigio burocrate all’apparenza, in realtà misterioso affarista implicato in un traffico internazionale di animali. H, invece, viaggia lungo il fiume alla ricerca di antichi monoliti e si ritrova, per una serie di vicende rocambolesche, prigioniero in una base militare. X, Z, H, nomi ridotti a puri suoni, lettere che sono il principio di ogni parola e frase, i segni sui quali si costruisce il discorso, quel flusso infinito di storie che proliferano a miliardi e miliardi, per farsi carne e sangue in tutte le vite vissute ed esaurire l’intero spazio del dicibile. Per parlare del primo lungometraggio di Mariano Llinás, giovanissimo professore di sceneggiatura all’Universidad del Cine di Buenos Aires, occorrerebbe non tanto interpretarlo, quanto (ri)narrarlo, ripeterlo nel suo svolgimento potenzialmente senza fine. Allo stesso modo in cui l’autore accompagna i suoi tanti personaggi, senza provar mai a tirarli fuori dalle loro storie, a isolare i corpi dal flusso del loro divenire. Un autore/narratore onnisciente, che per 252 minuti mantiene da solo le fila del suo ‘romanzo’, sta ai fatti e poi descrive, dissemina tracce, insegue deviazioni, anticipa e riprende, dando il suo ordine alle cose, negando ai personaggi la parola, il dialogo e il punto di vista. Eppure, raccontate, le vite si svelano un continuo e miracoloso evento. Ogni uomo rincorre la propria avventura extraordinaria, la sua esistenza truffautianamente eccezionale, difforme da un impossibile baricentro di normalità. E, nell’inseguimento di quest’eccezione, Llinás costruisce il suo film come un’infinita variazione di tempi e spazi. I ritmi e le tecniche del montaggio, la durata dell’inquadrature e delle scene, gli ambienti, i toni, gli umori: ogni cambia, per modellarsi e combaciare alle mille vite incontrare lungo il cammino. La sceneggiatura è la fonte da cui l’affabulatore trae la materia del racconto e il testo è il padrone supremo del visibile. Ma pur mostrandosi, offrendosi allo sguardo, ogni storia non può che riferirsi a un tempo già accaduto e seguire il suo corso sino all’inevitabile conclusione. Occorre che la parabola si compia. E l’immagine, fantasma di una realtà passata, si fa carico di una dolce e crudele nostalgia. La storia è finita. Possiamo andare a dormire. Proviamo a sognarla, a ridarle vita, nella speranza di riascoltarla, rivederla ancora…
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