FILM IN TV – “L’avvocato del diavolo”, di Taylor Hackford
Tratto dal romanzo omonimo di Andrew Neiderman, il film rivela la sua doppia faccia goliardica fin dal titolo, e vira dai toni avvincenti del legal thriller a quelli cupi e soprannaturali dell’horror. Il compito di cucire le due anime del film è delegato ad Al Pacino: il suo mefistofelico monologo finale è un capolavoro di ironia blasfema e cinismo. Venerdì 13 ore 0.55 Premium Energy
Una adolescente sul punto di piangere racconta in tribunale degli abusi sessuali che ha subito dal suo professore, Lloyd Gettys: questi, intanto, accarezza il legno del tavolo sperando di non essere visto. Ma il suo avvocato Kevin Lomax (Keanu Reeves) se ne accorge, e capisce che sta difendendo un uomo depravato e colpevole.
Il film parte da qui, dalla breve crisi di coscienza di Kevin nel bagno del tribunale, cui segue una decisione irreversibile: far scagionare Gettys comunque, e così vincere il processo.
«Sessantanove condanne di fila! Un bel numero!», commenta ridendo John Milton (Al Pacino), uomo ambiguo e potente che assume Kevin nel suo studio legale di New York, consegnandogli cause immorali che lo faranno poco a poco scivolare nell’inferno, insieme alla sua angelica moglie (Charlize Theron). Inferno che coincide con la stessa New York: corrotta, alienante, sorvolata da un cielo che cambia rapidamente, come gli eventi stessi. Ma l’inferno, nel film di Taylor Hackford, non è soltanto metaforico.
L’avvocato del diavolo, tratto dal romanzo omonimo di Andrew Neiderman, rivela la sua doppia faccia goliardica fin dal titolo, che riprende una nota espressione idiomatica e la volge nel senso più letterale possibile. Specularmente, il film vira dai toni avvincenti del legal thriller a quelli cupi e soprannaturali dell’horror: ciò che tiene insieme le due anime, percorrendo il film da cima a fondo senza mai mollare la presa, è appunto la cifra ironica e canzonatoria, che ogni qualvolta si affacciano elementi irrazionali li arricchisce di sfumature grottesche. E il grottesco stempera e allo stesso tempo alimenta la tensione narrativa, sminuendo e rinfocolando l’ansia dello spettatore, che nel film trova il suo avatar in Mary Ann, la moglie provinciale ed entusiasta che, dapprima euforica per il trasferimento a New York, lentamente impazzisce, mentre le persone intorno a lei forse si trasformano davvero in esseri mostruosi. L’angoscia di vivere eventi impossibili e contraddittori e di non essere creduta ricorda quella della protagonista di Rosemary’s Baby, in cui non a caso aleggia sempre la figura di Satana e in cui, a un certo punto, la donna attraversa il corridoio impaurita con un coltello da cucina: ciò che scopre nel salotto è una culla nera. Ciò che Mary Ann scopre, invece, è un bambino che gioca con le sue ovaie. Perché infanzia e satanismo sono mescolati anche nel film di Hackford: Mary Ann vorrebbe un figlio oltre ogni cosa, ma apprende di non poterlo avere. Kevin non cova il suo stesso desiderio bruciante, eppure scopre di essere predestinato a concepire, quasi per un ironico contrappasso, l’Anticristo.
«Che cosa sei?». «Oh, io ho tanti di quei nomi…». «Satana?». «Chiamami papà». A Milton è delegato il compito di cucire humour e soprannaturale. La stessa scelta del suo nome è una boutade, come il titolo del film: John Milton è l’autore del poema Paradiso perduto, cui si allude in qualche dialogo. E il suo mefistofelico monologo finale è un capolavoro di ironia blasfema e cinismo: «A Dio piace guardare! È un guardone giocherellone! […] A me interessava quello che l’uomo desiderava e non l’ho mai giudicato». Intanto il rilievo sul muro alle sue spalle prende vita, ricordando i gironi concentrici della Divina Commedia.
È curioso che proprio Al Pacino, lo stesso attore che agli inizi della sua carriera aveva interpretato l’integerrimo avvocato di “…e giustizia per tutti”, quasi vent’anni dopo vesta i panni di Satana camuffato da avvocato: lo sguardo liquido e idealista cede il passo al ghigno strafottente; il monologo finale di sdegno per la corruzione del mondo forense viene soppiantato da un monologo questa volta inneggiante all’illimitato potere del mondo forense. Coincidenza ancor più singolare se si pensa che un ruolo simbolico, seppure secondario, è svolto da Craig T. Nelson in entrambi i film: corruzione o depravazione che indicano il crollo dell’umanità intera. Di sicuro, infatti, non è casuale una delle inquadrature più suggestive de L’avvocato del diavolo, dove Kevin si aggira per una New York insolitamente deserta quasi fosse l’ultimo uomo sulla Terra. E New York, metafora della biblica Babilonia lungo tutto il film, qui sembra il corridoio che porta allo studio di Milton: l’Inferno, ormai al di là di ogni possibile dubbio.
Titolo originale: The Devil’s Advocate
Regia: Taylor Hackford
Interpreti: Keanu Reeves, Al Pacino, Charlize Theron, Jeffrey Jones, Craig T. Nelson
Durata: 144’
Origine: USA, 1997
Venerdì 13 ore 0.55 Premium Energy
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