FILM IN TV – “Qualcosa è cambiato”, di James L. Brooks
James L. Brooks firma insieme a Mark Andrus una sceneggiatura quasi impeccabile, che centellina gli atteggiamenti addolciti del protagonista, e soltanto nel finale preme sul pedale del sentimentalismo. Il viaggio a Baltimora, dove i personaggi formano un trio che mischia solitudine e conforto, fa da spartiacque fra una prima parte che non eccede e una seconda parte che accelera, quasi per recuperare il non detto. Ma i punti più riusciti sono quelli in cui l’ironia parla al posto del romanticismo. Venerdì 8 luglio, Premium cinema, 21.15
Quasi tutte le storie parlano di cambiamenti: a volte evidenti, altre volte impercettibili, i cambiamenti rappresentano la conditio sine qua non perché una trama possa definirsi tale. “La bisbetica domata”, “Canto di Natale”, “Pigmalione”: in ogni epoca, scrittori illustri hanno intuito che porre il cambiamento del protagonista al centro di un’opera potesse appassionare il pubblico, facendo in modo che tornasse più fiducioso nello squallore di un’esistenza immota. Il cambiamento suscita speranza; lo testimonia, su un versante più materialistico, il sogno americano.
Il regista James L. Brooks si è dimostrato furbescamente abile nel fare proprio l’insegnamento dei predecessori, e saggio nell’affidare una tematica già avvincente a Jack Nicholson e Helen Hunt, che nel 1997 meritarono l’Oscar come migliori attori protagonisti. Secondo una scelta astuta e coraggiosa insieme, il protagonista è dichiaratamente antipatico: misantropo, razzista, soffre di un disturbo ossessivo-compulsivo che accentua il suo pessimo carattere. Melvin, infatti, se nelle mura di casa scrive con grande ispirazione romanzi rosa che entusiasmano il pubblico femminile, nei luoghi pubblici insulta gli altri. Più per opportunismo e mere contingenze, si trova a fare del bene, e a cambiare la vita di una cameriera e del vicino di casa gay. Scopre così una sensibilità che non sapeva di avere, e con essa il potere taumaturgico dell’amore.
«Mi fai venire voglia di essere un uomo migliore» è una frase progettata per diventare un classico, e il film pullula di frasi cult già in nuce, che sdilinquiscono o insospettiscono, a seconda di quanto si voglia vedere in Qualcosa è cambiato un capolavoro di romanticismo o un’opera pensata per arruffianare il pubblico. Banalmente, James L. Brooks firma insieme a Mark Andrus una sceneggiatura quasi impeccabile, che centellina sapientemente gli atteggiamenti addolciti di Melvin, e soltanto nel finale preme sul pedale del sentimentalismo. Il viaggio a Baltimora, dove i personaggi formano un trio che mischia solitudine e conforto, fa da spartiacque fra una prima parte che non eccede e una seconda parte che accelera, quasi per recuperare il non detto. Ma i punti più riusciti sono quelli in cui l’ironia parla al posto del romanticismo, le sopracciglia arcuate di Jack Nicholson indicano disagio, gli occhi scavati di Helen Hunt rivelano stanchezza, lo sguardo sperduto di Greg Kinnear denuncia paura. In un film che spicca per l’interpretazione degli attori – e in cui perfino il cane risulta straordinariamente credibile –, alcuni scambi potevano lasciare il passo alle sole espressioni: sarebbero prevalse così altre cose, rendendo Qualcosa è cambiato una riuscitissima commedia brillante ancor prima che una riuscitissima commedia romantica.
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