VENEZIA 65 - "A erva do rato", di Julio Bressane (Orizzonti)
Questo film è la parabola di una caduta, uno scacco: la storia di una ninfa moderna e dell’ossessione per ciò che il corpo nasconde. Le tracce che lascia. Magari fotografiche. Splendore rivelatore. Ma per giungere dove? A erva do rato condensa trattati di botanica, descrizioni di uccelli marini, scrittura, mitologia, antropologia visuale, spiritismo, iconografia, estasi voodoo, una forma isterica che giunge fino alla stigmate, tessendo tutto questo attraverso quello che possiamo definire una struttura sismografica: una forma di sopravvivenza tenuta insieme dalla variazione della luce
Non so come la pensiate voi. Per quanto mi riguarda, trovo molto più interessante questo simpatico ratto brasiliano, a zonzo sopra e sotto le coperte di un letto dove giace distesa una magnifica venere (Alessandra Negrini), che il topo disneyano Firmino. C’è chi preferisce rosicchiare e divorare libri per sopravvivere e farsi una cultura (le fondamenta di un Bildungsroman), e chi invece si impegna a rosicchiare fotografie raffiguranti il sesso femminile, e altre parti anatomiche. E non per farsi una cultura, solo per dirci da dove veniamo noi mammiferi, noi vertebrati: quello che siamo. Non c’è bellezza ideale che tenga senza il suo rovescio orrorifico, un orrore che possiede qualcosa di ancestrale, antico. E’ qualcosa che giunge da lontano. Proprio come una forma fossile: lo scheletro di un ratto. O di un essere umano. Dunque preferiamo il ratto carioca al sentimentale topo da biblioteca e da bestseller.
In una delle sue ultime apparizioni televisive, Carmelo Bene affermava di non avere nessun interesse per ciò che esula dallo sperma, dal sesso. Unico punto di riferimento: la patologia. Nessuna lacrima e nessuno impegno nel sociale condominiale. Abbiamo pensato a questo, davanti alle immagini di A erva do rato, film realizzato da un uomo libero, non da un cittadino. Un film che condensa trattati di botanica, descrizioni di uccelli marini (montaggio di testi di scrittori brasiliani del XIX secolo, ma noi abbiamo pensato a Lamarck, Lautréaumont, Mandel’stam), scrittura, mitologia, antropologia visuale, spiritismo, iconografia, estasi voodoo,
una forma isterica che giunge fino alla stigmate, tessendo tutto questo attraverso quello che possiamo definire una struttura sismografica: una forma di sopravvivenza tenuta insieme dalla variazione della luce. Due racconti di Machado de Assis. Un uomo (lo si direbbe un intellettuale). Una giovane donna orfana. Un appartamento. Un contratto. Qualcuno detta. Qualcosa viene scritto e poi fotografato. Un terzo incomodo (ma non è Firmino). La situazione si ribalta. L’uomo diventa succube della situazione che ha innescato. E’ bastato un arresto. Una deviazione improvvisa dal selciato. Un “clinamen”, perché questo film è la parabola di una caduta, uno scacco: se volete, la storia di una ninfa moderna e dell’ossessione per ciò che il corpo nasconde. Le tracce che lascia. Magari fotografiche. Splendore rivelatore. Ma per giungere dove? Il punto di arrivo è quella zucca tagliata che giace ormai putrida, come un sesso femminile aperto, corroso dal tempo, defunto (una natura morta, su cui il nostro ratto carioca si accuccia). La morte lascia tracce: uno scheletro (ci si può prendere un tè, come farebbe Baldung Grien…).
Gilles Deleuze avrebbe amato questo film. Ecco la perfetta esemplificazione di un divenire animale. Un divenire vegetale. Un divenire fossile. Che sia questo il destino dell’uomo? Che sia questa la sua storia occultata, che emerge qui per strati, dinamogrammi di un antico passato? Resta l’ossessione. Nell’inquadratura finale, osserviamo un décadrage sull’abitazione. Un cane abbaia. Immaginiamo che l’uomo sia ancora all’interno con il suo scheletro. Udiamo il click della macchina fotografica. Poi un altro strumento (forse più sofisticato?). Il cane abbaia. Sono per lui le ossa?
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