FESTIVAL DI ROMA 2008 - Il naufragio dello spettatore

La terza edizione è finalmente partita, il primo giorno è stato un falso allarme, una falsa partenza, una giornata contemplativa da una riva dell'isola del cinema, ancora più isola del Lido di Venezia, un'isola da cui assisti ad un naufragio in lontananza. Lo spettatore romano è costretto a diventare attore, in assenza di cinema, a mettere in gioco se stesso, a rischiare lo stesso naufragio. La buona coscienza nel festival del cinema agognato è ormai negata a colui che guarda da una canonica e comoda sala buia i mali del mondo

naufragio2La terza edizione è finalmente partita, il primo giorno è stato un falso allarme, una falsa partenza, una giornata contemplativa da una riva dell'isola del cinema, ancora più isola del Lido di Venezia, un'isola da cui assisti al naufragio in lontananza, meditando sul contrasto tra la propria condizione di sicurezza di chi ha un accredito al collo (ma chi ha un biglietto in tasca spesso è ancora più sicuro e forte...) e la rovina altrui di chi non ha biglietti e accredito. Giornata memorabile quella iniziale, in attesa di Al Pacino che ritirasse il premio alla carriera e in attesa di un suo film da regista inedito in Italia e accessibile solo se muniti di invito. Giornata emblematica quella del 22 ottobre 2008, perchè al festival romano, al di là del suo valore artistico e culturale, la festa non è ad appannaggio dei tristi ed elitari critici, ma della gente che ama il cinema, che dal cinema chiede soltanto di non sconfinare, chiede di farla piangere e ridere per poche ore, per qualche minuto. L'isola romana è proprio quella del naufrago spensierato di fronte al mondo e alla vita, fluttuante tra il bisogno di proteggersi e il gusto del pericolo, l'estraneità e il coinvolgimento, la contemplazione e l'azione, il ritiro e l'intraprendenza. È la distanza di sicurezza, o probabilmente uno stato di abbandono predeterminato a dominare tra le sale, prima delle sale, oltre le stesse sale. E poi, il naufrago alzando gli occhi scorge una nave incagliata sulla terraferma, alzandoli ancora una volta, tra i corridoi della stessa nave che lo ha catapultato in un giorno senza cinema nell'epifania del cinema, trova citazioni al neon di altri mondi creativi, lontani ancora una volta dal cinema. Roma è proprio fatta per il festival? Il festival di cinema è fatto per Roma? Poggiando sulla terraferma, facendo fatica a tenere i piedi per terra, noi spettatori (non più critici, non più cinefili, ormai non più...) contemplavamo il travaglio di un naufragio. Senza partecipare agli eventi; godendo soltanto della visione che non avevamo dinanzi. Ma in fondo, c'è una serena e forse perversa gioia che ci conquista, perchè lontani dal cinema qui al festival delle falsi partenze, un commosso distacco pervade i nostri sguardi increduli in quanto ignari di immagini in cui continuare a vivere e morire per sempre. Poi, come d'incanto tra i primi titoli in programma, è passato il film collettivo 8 di Wenders, Campion, Bernal, Noé, Kounen, Nair, Sissako, Van Sant, otto punti di vista sul progetto delle Nazioni Unite impegnate con i maggiori paesi a dimezzare la povertà mondiale entro il 2015, promettendo il raggiungimento di alcuni obiettivi. La denuncia è chiara: se ogni quattro secondi muore un bambino nel mondo, non si fa in tempo neanche a finire questa frase. È dura da mandare giù anche nell'isola del naufrago perfetto: la terra vacilla e spalanca i suoi abissi. Lo spettatore romano è costretto a diventare attore, in assenza di cinema e anche in presenza, a mettere in gioco se stesso, a rischiare il naufragio. La buona coscienza nel festival del cinema agognato è ormai negata a colui che guarda da una canonica e comoda sala buia i mali del mondo. Roma è cinema che scorre con lo spettatore, a volte però è soltanto cinema rincorso e mai raggiunto...

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