FESTIVAL DI ROMA 2008 - "Un gioco da ragazze", di Matteo Rovere (Concorso)

Lungometraggio d'esordio del venticinquenne Matteo Rovere, premiato più volte in passato per i suoi cortometraggi, che presenta un film sulla vita di giovani ragazze dell'alta borghesia, viziate, annoiate, prepotenti, senza regole, terribilmente scorrette, che adescano nella loro rete, in una sorta di “funny game”, il progressista professore d'italiano

un gioco da ragazzeBisogna ammettere, alla terza edizione, che questo festival probabilmente ha trovato, o almeno è prossimo a trovare, la sua strada, il suo segno distintivo, il suo motivo di essere. Se ti perdi per le sale della città, perchè gli steccati sono stati ormai abbattuti tra pubblico e critica, e ti ritrovi, per caso, all'Accademia di Santa Cecilia di Via della Conciliazione (magari più avanti, di domenica, c'è l'Angelus), convinto che fosse la sala Santa Cecilia, una delle tre dell'Auditorium, o se per caso, cercando la sala Ikea ti accorgi di aver percorso bagni e soggiorni svedesi e di schermi neanche l'ombra, non è un problema, sei solo ostaggio dello spirito autentico della festa metropolitana, immersa nella città, persa magari anche tra una lampada alogena e un comodino fai da te. Lustrini e paillettes e il cinema “complicato”, questa è la “mostra” del cinema di Roma. Complicata come il lungometraggio d'esordio di Matteo Rovere, talentuoso e interessante autore di venticinque anni, premiato più volte in passato per i suoi cortometraggi, che presenta un film “choc” (rischia anche il divieto ai minori di 18 anni) sulla vita di giovani ragazze dell'alta borghesia, viziate, annoiate, prepotenti, senza regole, terribilmente scorrette, che adescano nella loro rete, in una sorta di “funny game”, il progressista professore d'italiano. Se la Gelmini avesse visto il film prima del suo decreto, avrebbe calcato ancora di più la mano. Ma la verità ci fa male: il cinema di Matteo Rovere è la versione più dura e meno edulcorata della famiglia Moccia. Il suo cinema è anche accompagnato da stupefacenti soluzioni visive, ma il punto è un altro. Matteo Rovere si fa carico probabilmente di una responsabilità troppo grande, proprio come forse è successo agli organizzatori di questo festival troppo grande e poco proporzionato alle risorse umane disponibili. Matteo Rovere prova a demolire i sacri valori italici al cinema, almeno: la famiglia, anzitutto, produttrice indefessa di psicopatologie varie, anche criminali; e la Patria, che in effetti è arduo amare in toto, incluse la periferia corrotta o le latrine di tutti indistintamente. Il regista, sicura promessa del cinema italiano, ci lascia con la speranza di poter smettere, anche per un istante, di accusare il cinema del nostro Paese come più affine alla televisione, al "cine(ma)tv". "Ma" starebbe per tormento interminabile, lo stesso che il festival crede di dominare. Si diceva della responsabilità troppo grande. In effetti Matteo Rovere costruisce, dirigendo anche attori non professionisti, un dramma adolescenziale che naturalmente coinvolge il mondo degli adulti. Si lascia andare in alcuni eccessi stilistici, ma almeno prova a scavare, non riuscendoci fino in fondo, nell'autenticità del disagio giovanile, senza trincerarsi in deboli e mortificanti cliché narrativi. La sensazione però è quella di un cinema “sovrastrutturato”, zavorrato dalla responsabilità di rivolgersi agli adulti attraverso i giovani e di non trovare però la leggerezza nel passaggio generazionale, per cui il messaggio è preda di un mondo che paradossalmente non esiste o se esiste è lontano ancora troppo dalla quotidiana devianza. Ma il festival di Roma potrebbe anche premiarlo per tutto questo...

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