FESTIVAL DI ROMA 2008 - "Opium War", di Siddiq Barmak (Concorso)
Dal regista afgano di Osama (2004), opera scarnificata ed essenziale, lo sguardo copre perfettamente lo spazio desertificato e costruisce estetizzanti scenografie, come se l'infinità di terre desolanti non fosse altro che una grande piazza di passaggio, saccheggio, incontri e scontri, trasferimenti
In un luogo lontano sulle montagne dopo il regime talebano in Afghanistan, due soldati americani, un ufficiale bianco ed un soldato afroamericano, sono precipitati con il loro elicottero e si sono smarriti. Il soldato aspetta un'occasione per scappare dall'ufficiale ma quest'ultimo, ferito, puntandogli una pistola contro lo costringe a rimanere e trasportarlo. Si detestano ma hanno bisogno l'uno dell'altro per sopravvivere in una terra ostile. Quando attraversano il campo di papaveri, i due incidono gli ovari dei fiori e ne inghiottono il liquido alleviando così il dolore delle ferite, la fatica e la paura della guerra. Subito dopo scorgono nel campo di papaveri un mezzo blindato con una bandiera bianca, un simbolo dei talebani. Praticamente senza armi, attaccano il mezzo. Ma quello che trovano nel blindato è una famiglia afgana che troverà il modo di sfruttare la presenza dei due soldati “nemici”... Dal regista afgano di Osama (2004), primo lungometraggio del paese dopo-talebani. Interessante opera di un autore che si è formato a Mosca e che durante il regime ha visto banditi i suoi primi lavori da documentarista e regista di cortometraggi. Anche per il suo secondo lungometraggio fiction, Barmak sfrutta una coproduzione a dir poco stratificata e dell'appoggio tecnico di Mohsen Makhmalbaf: coinvolti nel progetto Giappone, Corea de Sud, Afghanistan, Francia. Ancora, come nel precedente lavoro, di Barmak sono evidenti ormai alcuni segni caratterizzanti il suo cinema: scarnificato ed essenziale, a volte forse pure troppo didascalico, il suo sguardo copre perfettamente lo spazio desertificato e costruisce estetizzanti scenografie, come se l'infinità di terre desolanti non fosse altro che una grande piazza di passaggio, saccheggio, incontri e scontri, miserie, slanci di umanità, trasferimenti. Dramma che si trasforma in commedia divertita e amara, in cui le trovate non mancano e danno sempre la sensazione di essere funzionali al racconto. A differenza però di Osama, il regista sceglie una linea narrativa e visiva più edulcorata e morbida, richiamando ancora di più il cinema minimalista iraniano. La violenza del primo lungometraggio è già passata e i soldati americani sperano quasi di poter restare per sempre in una terra dove non esiste monogamia, fumi oppio tutto il giorno e soprattutto non rischi di essere trasferito il Iraq.
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