FESTIVAL DI ROMA 2008 - "Good", di Vincente Amorim (Concorso)
Basandosi sull’omonima opera teatrale di C. P. Taylor, Amorim mette in scena la discesa di un cittadino comune negli inferi della spirale nazista. Presentato in prima mondiale all’edizione 2008 del Toronto International Film Festival.

Quando viene convocato dalla cancelleria del Reich per trarre un saggio sull’eutanasia da un romanzo scritto anni prima, Halder è un semplice docente universitario di lettere, diviso tra il suo lavoro e una snervante situazione familiare. Intellettuale dalle ampie vedute, non può condividere l’ideologia dei suoi tempi, che, come il suo più caro amico di origini ebraiche, considera folle. Come può un individuo del genere, mite nei modi e nel carattere, trasformarsi in un alto ufficiale delle SS? Semplice: John Halder è l’uomo sbagliato al momento sbagliato. Oltre il dramma di un cittadino comune che assiste alla deriva del proprio paese, si nasconde infatti quello di un uomo sopraffatto dagli ingranaggi della Storia, intesa nella sua accezione più terrificante: un meccanismo spietato e inarrestabile, che si nutre dei suoi stessi artefici. Halder non sceglie la vita che conduce, ma si lascia trasportare dal susseguirsi degli eventi senza opporvi resistenza. Per questo, la sua non è la classica storia di un declino morale, di un uomo che rinuncia ai propri ideali in cambio di una vita di comodo. Sembra, piuttosto, essere egli stesso la prima vittima delle sue azioni: incapace persino di guardarsi allo specchio con indosso l’uniforme nazista mentre la giovane, arianissima moglie, si prostra davanti a lui, omaggiando con una fellatio l’uomo di potere che è diventato. A vestire sublimamente i panni dell’antieroe, un Mortensen che fa suo tutto lo smarrimento di un personaggio perso nel turbinio di eventi dai quali è travolto, destinato a comprendere solo troppo tardi l’inesorabile realtà.
La struttura non lineare della narrazione, unita agli interludi musicali frutto dell’immaginazione di Halder (entrambi derivati dall’originale teatrale), permettono allo spettatore di assumerne immediatamente il punto di vista, mantendolo sino alla fine. La natura fondamentalmente benevola del personaggio impedisce infatti di rigettarne l’identificazione persino quando, smessi i panni del professore, veste quelli di gerarca nazista, portando lo spettatore a sprofondare con lui negli abissi di una realtà talmente crudele da apparire inverosimile, nell’incubo e nel rifiuto di essere divenuto egli stesso uno dei personaggi che tanto disprezzava. Facendosi specchio dei mutamenti interiori del protagonista, la struttura del film si astrae al punto da diventare quasi allegorica: intento, questo, pienamente supportato dalla perfezione formale della pellicola, che si concretizza in una fotografia asciutta e geometrica ed un uso oculato del commento sonoro, riecheggianti il rigore dell’ideologia nazista.
Ispirandosi a Il Conformista di Bertolucci, Amorim sceglie di evidenziare il simbolismo degli elementi visivi, il soccombere del popolo alla Storia e la crisi esistenziale del protagonista, privo, in questo caso, di ogni traccia di meschinità. Ed è proprio evitando di esprimere giudizi su uno dei periodi più neri della storia dell’umanità, che il regista si guadagna il plauso del pubblico: abbandonata la fredda lucidità dei posteri, gioca le sue carte adottando il punto di vista parziale, spesso fallibile, di chi l’ha storia l’ha vissuta davvero.
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