FESTIVAL DI ROMA 2008 - "L'uomo che ama", di Maria Sole Tognazzi (Concorso)
Inizialmente situato nelle zone del cinema italiano sentimentale e alienante, il film inizia a crescere nel momento in cui si stacca gradualmente dal suo personaggio principale per allargarsi meglio sul mondo che gli gira intorno. Si tratta di un’opera irregolare, irritante e fascinosa che rappresenta comunque un passo in avanti rispetto al primo film della regista
Chissà perché spesso il cinema italiano, per mostrare l’instabilità sentimentale e filmare l’amore, sceglie la strada provvisoria dell’immobilità. Sembra infatti che anche L’uomo che ama, secondo film di Maria Sole Tognazzi dietro la macchina da presa dopo il modesto esordio di Passato prossimo, sceglie questa strada. Forse c’è l’ombra ‘alienante’ di Antonioni che continua a rappresentare un modello soprattutto nel modo di gestire i silenzi e di dilungarsi sui primi piani sui volti degli attori come per ‘scavarne l’anima’ e rivelarne i sentimenti. E a questo si ha l’impressione di assistere nel momento in cui viene mostrata una situazione di apparente normalità. Roberto (Pierfrancesco Favino), un farmacista di circa 40 anni, ha avuto due donne importanti nella sua vita, Sara (Ksenia Rappoport) ed Alba (Monica Bellucci), Con la prima ha provato sulla sua pelle la sofferenza. Con l’altra invece è stato lui a lasciarla.
Un'altra forma di immobilità in L’uomo che ama è evidente nei nomadismi per Torino con la macchina da presa che segue il protagonista e la rappresentazioni di azioni che si ripetono: la farmacia, le visite a casa del fratello e dei genitori.
Tuttavia il film della Tognazzi lo si può rimproverare di tutto tranne del fatto di essere schematico. Al di là di situazioni che si ripresentano, L’uomo che ama possiede comunque squarci inafferrabili, accentuati dai salti temporali in cui le ellissi vanno dietro/avanti nel tempo. Nel momento in cui il film lascia progressivamente il corpo di Favino e si sposta a mostrare il mondo che gli gira intorno, il film cresce gradualmente. Si rivela così la solitudine della farmacista con cui Roberto lavora e soprattutto quella del fratello. C’è un momento in cui quest’ultimo deve confessare ai genitori una cosa. Si pensa che possa parlargli della sua malattia e affronta con loro per la prima volta il fatto che è gay. E c’è da dire che è proprio il modo in cui viene mostrato il dolore, anche fisico, uno degli elementi che staccano L’uomo che ama dalla struttura tipica del cinema sentimentale alienante ed evidenziano nella Tognazzi doti di discrezione non comune. Ciò è evidente nella sofferenza di Roberto a causa dell’insonnia e soprattutto del fratello prima di un’operazione dove, a quanto gli hanno detto i medici, ha poche probabilità di salvarsi. La lettera che lui scrive sulle cose che si promette di fare nel caso riesca a sopravvivere ha un’impatto immediata e rappresenta un’improvvisa accensione di un film irregolare, irritante e fascinoso, comunque un deciso passo in avanti rispetto all’opera d’esordio.
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