FESTIVAL DI ROMA 2008 - "Il sangue dei vinti", di Michele Soavi (Proiezione Speciale)
Abbiamo sempre sostenuto e più volte dimostrato apprezzamento per l'intera svolta 'televisiva' di un autore sempre stupefacente come Michele Soavi, che aveva trovato nel piccolo schermo una zona franca dove liberare e lasciare esplodere tutta l'estrema visionarietà del suo sguardo, ma questo Il sangue dei vinti sembra davvero un prodotto filmico per nulla degno dei suoi realizzatori, probabilmente coinvolti in un progetto di adattamento dello 'scomodo' pamphlet di Giampaolo Pansa in cui i poteri forti della macchina produttiva 'di Stato' (MediaOne produce con RaiFiction) sembrano aver preventivamente oscurato ogni sprazzo di luce possibile
Viene da pensare che Il sangue dei vinti sia un prodotto filmico per nulla degno dei suoi realizzatori, probabilmente coinvolti in un progetto di adattamento dello 'scomodo' pamphlet di Giampaolo Pansa in cui i poteri forti della macchina produttiva 'di Stato' (MediaOne produce con RaiFiction) sembrano aver preventivamente oscurato ogni sprazzo di luce possibile attraverso la programmatica monoliticità di un'operazione già decisa dall'alto. Abbiamo sempre sostenuto e più volte dimostrato apprezzamento per l'intera svolta 'televisiva' di un autore sempre stupefacente come Michele Soavi, che aveva trovato nel piccolo schermo una zona franca dove liberare e lasciare esplodere tutta l'estrema visionarietà del suo sguardo da esteta. Ma questa volta sembra percepirsi da ogni singola inquadratura della sua mdp un pesantissimo imbarazzo che pare tenerla zavorrata al suolo, nonostante si sprechino i dolly e le inquadrature dall'alto, forse a tentare di governare da lontano una materia che 'scotta', e dalla quale non si vuole evidentemente finire ustionati: e il risultato finale non riesce a essere salvato nemmeno dalla scrittura di un illustre e splendente veterano di 30 anni di cinema italiano come Dardano Sacchetti, che pure almeno nell'incipit s'inventa una scansione alternata di molteplici livelli narrativi (una lezione di Storia all'Università ai giorni nostri, la rievocazione del bombardamento del quartiere di San Lorenzo, vari filmati della Seconda Guerra Mondiale, un'indagine di Polizia, una coppia che arriva a Roma in autobus) incrociati tra di loro con un rigore che lasciava ben sperare.
E invece sembra come che qualcuno abbia imposto al film un'assurda immobilità 'metaforica' in cui si sprecano i facili simbolismi (dal fiore non-ti-scordar-di-me ad una cartina dell'Italia falciata a metà da una raffica di mitra, a diversi tricolori macchiati di sangue...). Forse il problema principale dalla mancata riuscita del progetto sembra essere quella sorta di “ignavia” del protagonista poliziotto, interpretato da Michele Placido, perennemente indeciso su quale lato della barricata schierarsi, se con il fratello partigiano o con la sorella repubblichina, e poco efficace anche nella ricerca dell'assassino che lo ossessiona: è probabile che uno sguardo avido e nervoso come quello di Soavi e una penna secca e scattante come quella di Sacchetti avessero bisogno di un alter-ego maggiormente attivo e risoluto per riuscire a far funzionare il meccanismo di un'operazione del genere. Eppure proprio la confusa e concitata progressione finale di situazioni pericolose e guerresche diventa quella maggiormente indifendibile, sulla quale gli autori sembrano avere avuto pochissimo controllo, risolta com'è con sprazzi di assoluto grottesco melgibsoniano – con ralenti insistiti di mostruosi partigiani dal viso distorto che sputano e infieriscono sulla camerata di Salò portata in corteo al canto di una Bella Ciao trasformata in un allucinante coro di violenza.
Dopo il comunque fantastico Attacco allo Stato sulle nuove Brigate Rosse, che iniziava a mostrare segni di una flessione artistica, e il controverso e poco riuscito Nassiryia, dove comunque la potenza del suo sguardo veniva fuori a sprazzi, questo Il sangue dei vinti dimostra definitivamente come l'implacabile meccanismo italico produttivo sia riuscito ad 'ingabbiare' una nuova volta un talento creativo esplosivo e 'selvaggio' come quello di Michele Soavi.
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