FESTIVAL DI ROMA 2008 - "Galantuomini", di Edoardo Winspeare (Concorso)
Affresco di quotidiana malavita sullo sfondo della sanguinosa ascesa della Sacra Corona Unita, nei primi anni ’90 in Salento. Il film lascia respirare appieno la tesa atmosfera di pericolo imminente nascosta dietro le bianche piazze spettrali dei sedati paesini in cui il sole accecante, le strade brulle e desolate, e i filari infiniti di ulivi secolari si rivelano l’anticamera ardente di un Inferno di morte e dolore. Con Donatella Finocchiaro che ci regala una presenza scenica superba, da assoluta forza della natura
Dopo il poco convincente tentativo di ‘normalizzazione’ del suo cinema primordiale, potentemente sensoriale e fortemente epidermico, rappresentato dal precedente Il Miracolo, Edoardo Winspeare lima definitivamente gli eccessi oleografici e il qualche pittoricismo di troppo che caratterizzavano la sua produzione di finzione, realizzando con questo Galantuomini uno scarno e secchissimo affresco di quotidiana malavita sullo sfondo della sanguinosa ascesa della Sacra Corona Unita nei primi anni ’90 in Salento. Gli è molto d’aiuto probabilmente l’apporto dato al copione da Andrea Piva, fratello e sceneggiatore abituale del corregionale Alessandro Piva, che sulle dolorose vicende della sibilante delinquenza pugliese ha costruito l’intera sua poetica. Molto più vicino a La Terra di Rubini che a Fine Pena Mai di Barletti e Conte, il film lascia respirare appieno la tesa atmosfera di pericolo perenne ed imminente nascosta dietro le bianche piazze spettrali da film western dei sedati paesini della Puglia. Recitato come suo solito in un mix di dialetti locali e ambientato dunque in un Salento arcaico in cui per una volta, e finalmente, il sole accecante, le strade brulle e desolate, e i filari infiniti di ulivi secolari si rivelano soprattutto l’anticamera ardente di un Inferno di morte e dolore ai quali sembra impossibile sfuggire, e dove il mare livido segna un paesaggio sempre minaccioso e infestato da fantasmi, Galantuomini intreccia le vicende di quattro personaggi entrati tutti nelle rispettive esistenze sin dall’infanzia, come veniamo a sapere attraverso brevi ed accecanti flashback a fotografia ultrasatura. Un magistrato appena trasferitosi alla questura di Lecce dopo esserne stato lontano per anni (Fabrizio Gifuni), un violento e animalesco gangster locale cocainomane e fuori controllo (Giuseppe Fiorello, sorprendente), e un ingenuo sognatore finito nella morsa della droga (Lamberto Probo) sono i tre uomini che girano intorno alla vita di Lucia, madre premurosa e simpatica rappresentate di profumi che é in realtà una spietata capobanda della S.C.U. alle prese con una guerra sempre più follemente sanguinaria e letale contro il clan del perfido Barabba (Marcello Prayer). A questa donna desiderosa solo di una banale normalità (I just wanna be a woman...come canta Beth Gibbons nella splendida scena in cui Lucia balla suadente Glory Box) e magari della speranza di potersi innamorare di nuovo, Donatella Finocchiaro dona una presenza scenica superba, da assoluta forza della natura – un personaggio inquieto e pieno di lati oscuri, compreso il controverso rapporto col vecchio boss esiliato in Montenegro, Zà Carmine (Giorgio Colangeli), che Winspeare traghetta attraverso la rituale scansione delle stazioni dell’ascesa mafiosa della prima parte, verso l’inaspettato e bellissimo decollo del melodramma tra Lucia e il personaggio di Gifuni dell’ultima mezz’ora, dove il regista lascia definitivamente esplodere gli sguardi, i battiti, i gesti, gli ansimi e i sospiri, le distanze e le unioni tra i corpi, con una prepotente forza espressiva ora pienamente giunta a maturità.
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