FESTIVAL DI ROMA 2008 - "When a Man Comes Home", di Thomas Vinterberg (Extra)

Il cineasta danese punta a una commedia astratta e stralunata in cui non mancano comunque i momenti divertenti. Si sente però ancora troppo il peso dello sguardo di Vinterberg, evidente nel modo in cui vengono inquadrati i volti dei protagonisti e in quello con cui vengono gestite le situazioni comiche; rispetto all’universo quasi fantastico che vuole rappresentare, il suo cinema appare ancora troppo raffinato e intellettuale

Potrebbe essere una specie di Festen 2 – Il ritorno. Il danese Thomas Vinterberg infatti affronta nuovamente da dentro conflitti familiari, soffermandosi in particolar modo sul rapporto padre-figlio. Se in Festen, durante la festa di compleanno del padre, il figlio si alzava da tavola per denunciare a tutti gli abusi sessuali subiti da piccolo, in When a Man Comes Home (che uscirà probabilmente in Italia con il titolo Riunione di famiglia), un ragazzino balbuziente scopre di essere nato dalla relazione di un cantante lirico di fama internazionale con sua madre. Festen era schiavo delle regole del Dogma. Quest’ultimo film invece no. Vinterberg racconta inizialmente la storia come se fosse una favola: un paese pittoresco che sembra uscito da una favola, colori piuttosto accesi, personaggi volutamente caricati (il direttore dell’albergo che dice sempre “sei licenziato”) che è come se provenissero da Big Fish di Tim Burton, e che hanno la tragicità di Strindberg mescolata con la folle comicità del Von Trier di Il grande capo. Il cineasta danese tenta quindi una strada nuova, quella di un cinema non più ‘dogmatico’ ma stralunato e astratto il cui percorso era già stato in parte tracciato nel precedente Dear Wendy; il personaggio del balbuziente Sebastian può apparire infatti come una tipologia riaggiornata del disadattato Dick dell’altro film. Non mancano i momenti divertenti, soprattutto quelli ripetuti della sofferenza del cuoco quando, dopo aver cercato di preparare i cibi più raffinati, viene a sapere che il cantante lirico non ha voglia di mangiare. Si sente però ancora troppo il peso dello sguardo di Vinterberg. Ciò avviene nel modo in cui vengono inquadrati i volti dei protagonisti in certe situazioni (il cantante che ospita Sebastian nella sua camera d’albergo dopo che il ragazzo ha avuto una crisi) o come vengono gestite le situazioni più comiche, dove si sente eccessivamente il cigolio del meccanismo che le ha costruite. Rispetto all’universo quasi fantastico che vuole rappresentare, il cinema di Vinterberg appare ancora troppo raffinato e intellettuale.

 

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