FESTIVAL DI ROMA 2008 - "Iri", di Zhang Lu (Concorso)
Dal regista di Grain in Ear e Desert Dream, un ritratto amaro, segnato dalla morte caratterizzato da uno stile riconoscibile. Si ha però sensazione che il cineasta si sia intrappolato da solo in un tipo di cinema a cui non manca certamente una coerenza oggettività ma da cui si avverte una certa separazione dall’universo umano che viene portato sullo schermo e a cui si voleva essere maggiormente vicini
Emigra verso l’esterno lo sguardo del cinese Zhang Lu. Dopo le steppe mongole del precedente Desert Dream, approda stavolta in Corea in quest’ultimo Iri, altro luogo-spazio segnato, in cui si rintracciano forme di quel realismo che stanno caratterizzando parte del cinema cinese odierno e che ha in Jia Zhang-ke uno dei principali artefici. Qui Iri è una città-spazio ferita. Il film infatti inizia come un’inchiesta con l’immagine di una giornalista che intervista i passanti sulla tragedia che avvenne lì circa 30 anni prima. Nel 1977 infatti, un’esplosione ha dilaniato la cittadina della Corea del Sud causando centinaia di morti. La città è poi cambiata e si è trasformata ma alcuni dei suoi abitanti le cicatrici di quell’evento. Tra loro c’è Jin-seo, una ragazza segnata da un handicap fisico dovuto al trauma riportato nell’esplosione dalla madre incinta. E’ gentile e ingenua e il fratello cerca di proteggerla dagli uomini che cercano di approfittarsi di lei.
Se in Jia Zhang-ke sembra esserci un movimento interno al set, come se quello spazio filmato sia da afferrare proprio in quel momento prima della sua trasformazione, la metamorfosi sul luogo in Iri è invece già compiuta. Piuttosto si riguarda verso il passato ed è qui che Zhang Lu, attraverso la figura di Jin-seo, va come alla ricerca dei residui di quella tragedia. Gli spostamenti della ragazza lenti e ripetuti, i suoi gesti (le parole di cinese che afferra sentendo le lezioni di un’insegnante), fanno parte di quello stile apparentante invisibile composto da una ciclicità delle azioni che però alla fine portano al cambiamento. Quello di Iri è un ritratto amaro, segnato dalla morte (annunciata dal decesso della bambina) dove Zhang Lu mantiene una sua precisa identità di quello stile già emerso in Grain in Ear presentato alla Semaine de la Critique al Festival di Cannes del 2005. Si ha però sensazione che il cineasta si sia intrappolato da solo in un tipo di cinema a cui non manca certamente una coerenza oggettività ma da cui si avverte una certa separazione dall’universo umano che viene portato sullo scherma e a cui si voleva essere maggiormente vicini.
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