FESTIVAL DI ROMA 2008 - "Shen Hai Xun Ren" (Missing) di Tsui Hark (Concorso)
Tra le viscere del dolore inconciliabile del lutto e l’illusione di un eterno sogno d’amore senza risveglio, Tsui Hark fonde il melting pot della cultura bassa inseguendo la preghiera disperata di un mondo che è già apocalisse sfiancata dal movimento cinetico sullo schermo. Patchwork non tanto di stili diversi, quanto di mondi e fruizioni, dove il vero filo diretto tra opera e individuo diventa la scossa tellurica del contatto tra lo spettatore e il cinema
Una panoramica aerea che sovrasta una scogliera. La macchina da presa alterna rallentamenti ad accelerazioni, mentre i titoli di testa sono scritti sul mare e accompagnano basse vibrazioni ossessive che sembrano davvero provenire dagli abissi della terra. Il folgorante inizio di Missing è in sé emblematico per come riesce a condensare non solo gli elementi narrativi del film, con l’oceano immediatamente inscritto nel destino dei protagonisti, ma anche quelli formali (il suono, mai come stavolta straordinariamente dentro lo spazio della visione) e temporali, la moltiplicazione di svolte e ritorni, ascensioni e cadute nel buio. L’ultimo capolavoro di Tsui Hark è un melodramma di potenza assoluta che attraversa i generi e tutto il cinema orientale (non solo quello hongkongese), scardina le convenzioni, ripensa e ricostruisce l’assemblaggio delle fonti. Tre personaggi. Una storia d’amore. Il mistero di strane morti in fondo al mare. Una realtà che è forse solo immaginata. L’apparizione di anime dilaniate che forse sono reali. La decomposizione sposa la purificazione, il mondo arcaico di una natura ignota sposa la metropoli e l’abbraccio tra i vivi e i morti è
sancito dal fuoco.
L’occhio di Tsui, come quello dei protagonisti più di una volta inquadrato kubrickianamente in dettaglio, non ha paura di ferirsi e di sposare l’alterità dei mondi paralleli e delle tenebre claustrofobiche che caratterizzano il cinema sul sovrannaturale. Con approccio lucidissimo, in parte rubato agli horror antonioniani di origine nipponica, Tsui Hark fonde il melting pot della cultura bassa inseguendo la preghiera disperata di un mondo che è già apocalisse sfiancata dal movimento cinetico sullo schermo. Sequenze che si inseguono l’un l’altra, cercando di superarsi nella memoria dello spettatore alla distanza dei 120 minuti… come fosse l’omaggio definitivo del suo autore alla sua imperfezione, a quella innegabile mancanza di controllo che da sempre costituisce il limite sublime del maestro action. Quasi un recupero della frammentarietà fluida di Triangle allora (dove peraltro il regista era davvero da dividere per tre: Hark, Johnnie To e Ringo Lam), un patchwork non tanto di stili diversi, quanto di mondi e fruizioni, dove il vero filo diretto tra opera e individuo diventa la scossa tellurica del contatto tra lo spettatore e il cinema. Tra le viscere del dolore inconciliabile del lutto e l’illusione di un eterno sogno d’amore senza risveglio, Missing pare persino rinunciare ai virtuosismi acrobatici del suo autore – coi rallenti, che quasi sbilanciavano il primo segmento di Triangle nel formalismo, qui utilizzati solo nei flashback tra i tre protagonisti – per approdare a un sorprendente classicismo imbevuto di delirio percettivo. Forse definitivamente, l’ultimo film possibile per un orientale di “genere”, con il suo incedere a oltranza, la sua non-finitezza, a estendere l’utopia di un moto perpetuo.
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