FESTIVAL DI ROMA 2008 - "El Artista" , di Mariano Cohn e Gastòn Duprat (concorso)

Dal binomio Cohn-Duprat, già autore di pluripremiati cortometraggi e documentari, una coproduzione italo argentina sulla natura dell’arte contemporanea. Una ricerca di identità di terribile, essenziale bellezza.  

El Artista

L’arte non è nell’artista né nell’opera. L’arte è nello spettatore.
 
M. Duchamp
 
 
 
Assenza totale di movimenti di macchina, lunghe, statiche inquadrature affiancate per semplici stacchi di montaggio: oltre la narrazione cinematografica, si entra nel campo della dissertazione filosofica.
Il quesito è quello, atavico quanto insolubile, di cosa sia realmente l’arte e se sia in fondo possibile darle un senso. A metterlo in scena è Jorge Ramirez, infermiere di un istituto geriatrico che si trasforma in artista di grido sfruttando il talento di un paziente affetto da autismo. In men che non si dica, l’uomo si troverà al centro della scena artistica argentina, conquistata dalle sue opere naive ed incisive. Ogni inquadratura di questo lungo interrogativo racchiude in sé la perfezione formale delle arti visive: composizioni geometriche studiate al dettaglio, dove l’impiego di punti di fuga, cornici naturali e regola dei terzi danno vita ad istantanee bilanciatissime. L’estetica minimalista di Monteoliva si scioglie in un susseguirsi di immagini dove, nonostante il rigore, non c’è traccia di staticità e la fluidità della narrazione viene rimessa totalmente al muoversi dei personaggi tra gli eventi narrati.
La genialità degli autori esplode nel far assumere allo spettatore il punto di vista delle opere d’arte (prima, nell’intimità della casa del protagonista, quando guarda i disegni, poi come oggetti d’esposizione), in un’identità totale tra fruitore e oggetto della fruizione. La mancata identificazione dello spettatore con il protagonista permette al pubblico di conservare lungo tutta la durata del film un punto di vista estremamente distaccato, simile, in effetti, a quello con cui ci si accosta alle opere d’arte.
Ed ecco che si fa strada una serie infinita di interrogativi: se la realizzazione dell’opera risponde all’impulso viscerale e profondo della creazione, del dar vita ad altro da sé in un atto espressivo totalmente istintuale, è possibile imbrigliarla nella ragione?
Tanto più sfuggevole ne è il significato, tanto più vani i tentativi di comprenderla. Cade così ogni sforzo della critica (anche di quella cinematografica) di analisi dell’opera in oggetto, a favore di un’empatia totale con essa. In questo processo di identificazione si cede all’assunto, tutto socratico, secondo cui l’amore non risiederebbe nell’amato ma nell’amante: nel soggetto che, per l’appunto, ama e fruisce dell’opera.
In questo continuo inseguirsi di enigmi insolubili, nell’astrazione totale dei contenuti affrontati, risulta spiazzante la concretezza del protagonista che cede alla riaffermazione della propria identità con un semplice assunto, sono l’infermiere.
Allo spettatore, invece, non resta che rimanere nel dubbio, non solo su quale sia l’opera d’arte in oggetto, se il film o i disegni del protagonista, ma arrivando ad interrogarsi persino su chi sia il vero artista del titolo: gli stessi registi, l’autore delle opere, chi le valorizza mostrandole al pubblico, o piuttosto noi, cui spetta il compito, sempre, di vivere l’opera d’arte?
 
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