FESTIVAL DI ROMA 2008 - "Rocknrolla", di Guy Ritchie (Proiezione Speciale)
Ritchie, rassegnato, sfodera l'arsenale che tutti ormai gli (ri)conosciamo: flashback incrociati e ripetuti; violenza fumettistica, improbabile e reiterata; velocizzazioni improvvise; frenate, stop and go, sgommate della mdp e sue fughe repentine ai lati della lacca e della vernice centrali; videoclippaggini sghembe, e postmodernismi retrò; razzismo esibito e sprezzante. Non sembra crederci più nemmeno lui a queste immagini pneumatiche ad aria compressa, a questa messinscena sottovuoto o sul vuoto.
Lasciata la moglie sull'isola, e il Revolver in patria (il film omonimo non è mai uscito in Italia), torna l'artefice dandy-gangsteristico a cui dobbiamo Lock & Stock e Snatch. E allora: Rocknrolla è un film rassegnato – come il suo autore (va da sé, di egual se non maggiore misura è la rassegnazione che colpisce noi spettatori). Passato alla scuderia di Joel Silver per una inspiegabile cantonata del produttore dei Wachowski, nella prima mezz'ora il terribile regista con un grosso talento per le storielle ad incastro e per le immagini pneumatiche ad aria compressa (messinscena sottovuoto? o sul vuoto?) sembra voler imbastire un ritmo un poco meno esagitato e turbinoso del solito: la voce fuoricampo del narratore è onnipresente (Mark Strong, la cosa migliore del film), ad introdurre le situazioni, e le sequenze si succedono in modo blando – addirittura, si sente poca musica in sottofondo, e quando pure si alza il volume delle schitarrate, dura tutto qualche secondo e via. Non si capisce granché della storia, tutto è parecchio piatto e noioso, e Ritchie cerca allora subito di piazzare una terrificante gag sull'omofobia del personaggio di Gerard 'Leonida' Butler (perchè, Gerry?), alle prese con la scoperta che il migliore amico che sta per andare in carcere è gay, e vuole passare la sua ultima notte di libertà proprio con lui: eppure i tempi comici non vanno, le battute non funzionano, gli attori sono impacciati. Uno smacco, per uno che ha sempre tirato le sue schioppettate migliori nel fuoco di fila dei dialoghi. Niente da fare, Guy: bisogna risolvere altrimenti – tirare fuori l'armeria pesante. E Ritchie, rassegnato, sfodera l'arsenale che tutti ormai gli (ri)conosciamo: flashback incrociati e ripetuti; violenza fumettistica, improbabile e reiterata; velocizzazioni improvvise; frenate, stop and go, sgommate della mdp e sue fughe repentine ai lati della lacca e della vernice centrali; videoclippaggini sghembe, e postmodernismi retrò; razzismo esibito e sprezzante; colonna sonora annullante e frastornante. Non sembra crederci più nemmeno lui: nel finale si dimentica talmente tanto dei suoi personaggi (mai si è visto un regista lavorare peggio sui corpi degli attori, probabilmente – ed ecco che Tom Wilkinson è alla peggior prova di tutta la carriera, e Thandie Newton pare all'improvviso bravissima) da farli uscire di scena senza che ci se ne accorga, tanto è l'impegno profuso a far sì che le casualità dello script li portino tutti ad affrontarsi nella stessa inquadratura, per poi sparire, rassegnati anche loro a dover tornare ancora. Ancora un'altra volta, ancora un'altra storia come questa di piccoli delinquenti sfigati, grossi boss avidi e deficienti, infallibili killer senza emozioni, e bizzarri oggetti del desiderio che girano di mano in mano – ancora un altro giro di tutto questo. Almeno, finché la plastica continuerà a essere riciclabile.
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