19° Torino Film Festival: il ritorno di George A. Romero

Un Festival sempre più vivo e ricco, nel quale è spuntato il capolavoro romeriano (inedito in Italia) "Knightriders", storia nostalgica degli “ultimi gladiatori possibili” d’America

Sembra ormai giunto ad un punto di svolta (necessaria) quello che da anni è diventato l’appuntamento imperdibile dei Festival Italiani, e senz’altro uno dei migliori luoghi europei dove poter vedere cinema fuori dagli sche(r)mi ufficiali. Prerogativa del “Torino Film Festival”, sin dai tempi in cui si chiamava “Cinema Giovani”, è sempre stata una grande attenzione alle cinematografie emergenti (con un occhio di riguardo per ciò che si muoveva in Asia), ai nuovi cineasti alle loro opere prime o seconde, il tutto unito alla possibilità di mettere assieme in cartellone il piccolo corto in video del filmaker nostrano con la retrospettiva del grande autore più o meno misconosciuto. In passato nelle tre sale del Cinema Massimo poi, da qualche anno, nelle cinque del Cinema Reposi e infine, quest’anno, nelle otto di entrambi i cinema, il Festival è andato via via crescendo sia per numero di film presentati che per l’afflusso del pubblico, anche in questa edizione accorso numerosissimo. E’ un Festival ormai “esplosivo” quello di Torino e già dal cartellone era prevedibile l’impossibilità per i cinefili e gli addetti ai lavori di seguire tutto, sia per la quantità delle pellicole presentate che per la disposizione piuttosto “random” delle sezioni nelle varie sale. Il risultato è stato un Festival piuttosto frammentario che ha però restituito al pubblico cittadino tanto di quel materiale cinematografico con il quale solitamente ci si fanno almeno due o tre Festival. Bravura e dello staff e di Steve Della Casa (il direttore) che però ora devono assolutamente fare i conti con un Festival che o è in grado di trovare delle strutture adeguate a contenerne l’enorme crescita di questi anni, o giocoforza sarà costretto a dover ridimensionare programmi e ambizioni. Soprattutto dopo l’incendio del Reposi (fatto più simbolico che sostanziale dove però sono andate distrutte molte pellicole con un danno economico non indifferente) il Festival dovrà trovarsi probabilmente un’altra sede, ma soprattutto trovare una collocazione tra la vocazione internazionale e quella cittadina che lo caratterizzano, anime diverse che non sempre sembrano andare d’accordo.
Detto questo c’è da dire che l’edizione di quest’anno andrà sicuramente ricordata per l’omaggio riservato al maestro dell’horror George A. Romero, retrospettiva che ha permesso da un lato di rivedere al cinema film ormai invisibili come La notte dei morti viventi, Zombi o La metà oscura, ma anche e soprattutto di vedere film o massacrati nelle versioni italiane (non tanto Zombi, pure qui presentato nella versione “lunga” quanto soprattutto Martin, un horror vampiresco modernissimo riproposto nella versione “uncut” mai vista in Italia). Tra questi recuperi del cinema del regista americano segnaliamo in particolare Knightriders, curioso, folle e romanticissimo film fuori da i generi, centoquarantacinque minuti con dei cavalieri della tavola rotonda che sulle loro motociclette si affrontano in duelli itineranti nel cuore degli Stati Uniti. Primo ruolo significativo per Ed Harris il film, del 1981, è in realtà un omaggio nostalgico al sogno di una generazione, che tentò di modificare la struttura sociale non dall’alto bensì dalle fondamenta (la famiglia, i rapporti tra le persone). Knightriders è il sogno di una libertà di movimento, l’utopia di una vita gioco, gruppo-comune, di un’altra società rivoluzionaria “pacificamente” dentro al nostro mondo, il tutto raccontato attraverso le gesta di un gruppo di motociclisti che girano il paese scontrandosi e combattendo (lealmente) come “gli ultimi gladiatori possibili” d’America.
Per il resto si è trattato del “solito” Festival ricco e stimolante, con pellicole in concorso sempre originali e d’avanguardia (in particolare i coreani Chingu di Kwak Kyung Taek, una sorta di “C’era una volta in Corea” alla Sergio Leone, e Numnul di Im Sang Soo, tutti comunque segnati da un universo giovanile rappresentato, pur nel suo girare a vuoto tra violenze e disperazioni, da uno sguardo complice e “vicino” dei registi) e con sezioni che da sole reggerebbero il peso di un intero Festival: la retrospettiva egiziana, la più completa mai vista in Europa; la personale completa dei due cineasti più estremi e rigorosi del cinema europeo, Daniele Huillet e Jean Marie Straub; una finestra sul cinema giapponese, la fantastica “Americana”, nel quale si sono potuti ammirare tra gli altri i capolavori western di Anthony Mann con James Stewart, pellicole indimenticabili come L’uomo di Laramie, Winchester 73, Lo sperone nudo, Là dove scende il fiume.
Insomma un Festival che davvero vale sempre la pena di seguire, sperando che trovi presto una sua definizione logistica adeguata che permetta anche una maggiore organizzazione del palinsesto (quest’anno invero piuttosto sacrificato
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